mercoledì 31 marzo 2010

Francesco Crispi inviato speciale nei paesi dell'Europa dell'Est


Nel 1968, venne pubblicato un volume, per i tipi di Edizioni Internazionali (Roma) dal titolo "Inviati di speciali nei cinque continenti" che presentava gli scritti di 44 giornalisti italiani.
La fascetta che corredava il volume recitava, infatti, "Il giro del mondo con 44 giornalisti".

Il volume, curato da Franco La Guidara che, giornalista egli stesso (ma anche scrittore e autore di teatro), ai tempi, aveva esordito come inviato speciale con il "Corriere" e con il "Messaggero", era il secondo di un trittico di opere.
La Guidara spiegava nella sua introduzione:

Abbiamo iniziato la serie con "Inviati speciali in pace e in guerra", proseguiamo ora con "Inviati speciali nei cinque continenti" e ci apprestiamo a pubblicare, sempre con nomi e reportages diversi, il terzo volume "Inviati speciali di ieri e di oggi".
(...) ...precisiamo che non sono ragioni di merito, né di anzianità professionale a stabilire la presenza di un nome nel primo, nel secondo o nel terzo volume o in quelli che verranno.
(...) Di inviati speciali in gamba, in Italia ne abbiamo in buon numero. Infatti, il giornalismo italiano viene considerato a primi posti nel mondo anche per l'abilità di queste "penne vagabonde", che non si limitano a tracciare freddi distaccati profili, ma scrivono con limpidezza, penetranti e controllate, talvolta graffianti, spesso con quell'acutezza e sensibilità che onorano il giornalismo italiano.


Il volume, come gli altri della serie, si presentava con intenti antologici.
Questo in particolare (il secondo della serie) conteneva un pezzo per ciascuno dei 44 giornalisti scelti, ciascuno dei quali era preceduto da una nota bio-bibliografica.
Mio padre era rappresentato in questo volume, con uno scritto scaturito da un viaggio in Romania (compiuto nel 1966), dal titolo "Anche la Romania avrebbe il suo De Gaulle" (pp. 73-76).
Questo articolo era parte di una serie di altri che mio padre scrisse nei suoi reportage dai paesi dell'Est e in particolare dalla Cecoslovacchia, dalla Polonia e dalla Romania, come frutto di tre viaggi effettuati tra il settembre de l 1965 e il novembre del 1966. E, infatti, vi compare, come uno dei capitoli dedicati alla Romania, con il titolo "Due Volga quattro cinesi".
Molti di questi reportage vennero pubblicati nella terza pagina del Giornale di Sicilia e vennero succesivamente ampliati e raccolti in un volume di più ampio respiro, pubblicato da Flaccovio nel 1967, con il titolo "Nuove frontiere per l'Europa", nell'ambito della collana "Testimonianze, inchieste , documenti".
Mio padre, europeista convinto, aveva scelto questi tre paesi "orientali", ancora negli anni duri della cortina di ferro, per ricercare testimonianze di una evoluzione nel senso della distensione e in direzione di una nuova Europa, indubbiamente più unificata e solidale.
Mio padre viaggiava molto: quelli sui paesi dell'Est non furono i suoi soli reportage. Avendo a cuore la visione di un'Europa più unita, fece molti altri viaggi nelle principali capitali europee, dai quali trasse spunto per altri reportage che vennero tutti pubblicati sul Giornale di Sicilia.
Ne ricordo, in particolare, uno che scrisse su Londra e sull'Inghilterra, perchè lo volle corredato da alcune foto che io avevo scattato in un mio concomitante viaggio a Londra.
I reportage appassionavano mio padre, perchè nel backstage di ciascuno di essi c'era sempre un viaggio da organizzare, nuove persone da incontrare e con cui discutere.
Se questo era ciò che faceva abitualmente nel contesto culturale in cui operava abitualmente, esercitando al meglio le sue doti di animatore e catalizzatore culturale, la dimensione del viaggio dava alla sua profonda curiosità nei confronti delle cose del mondo la possibilità di dispiegarsi al meglio, dando, nello stesso tempo, respiro al suo spirito irrequieto e vagabondo e alla necessità interiore di esplorare dimensioni nuove e inedite sfide dialettiche.

giovedì 18 marzo 2010

Quella collezione delle storie di Flash Gordon...


A mio padre devo il gusto di tante cose che mi ha insegnato ad apprezzare: mi proponeva sempre qualcosa di nuovo, soddisfacendo antichi desideri che non aveva potuto realizzare da piccolo, oppure perchè c'era qualche novità che lo attraeva.
Quando ero piccolo (forse attorno ai dieci anni) mio padre acquistò per me una serie di grandi albi a fumetti (di formato insolito: le pagine erano quadrate) splendidamente disegnate e in quadricromia.
Si trattava delle fantastiche storie di Flash Gordon, creato dalla penna del grande fumettista Alex Raymond.
Era uno di quei fumetti che, al tempo del ventennio, era stato proibito perchè espressione deteriore della "plutocrazia" americana e preferito (quasi per editto di stato) al nostro più casereccio Dick Fulmine.

Non c'è dubbio che mio padre acquistava queste riedizioni (proposte dalla Nerbini in foma anastatica, come appresi in seguito) perchè, in primo luogo, piacevano a lui. Ma io ne ero semplicemente incantato.
Li guardavo e riguardavo incantato, per ore.: a volte, leggendo minuziosamente i testi (che dopo un po' avevo imparato a memoria), altre volte semplicemente scorrendo con gli occhi le belle tavole colorate.

Vi si parlava delle straodinarie avventure di Flash Gordon e della sua fidanzata Dale Arden, fuggiti da una Terra messa a repentaglio da una catastrofe cosmica con il razzo costruito dal dott. Zarkov e atterrati fortunosamente sul pianeta Mongo, abitato da popoli diversi ed esotici, da mostri e da animali fantastici. Vicende di cappa e spada, con molto condimento "fantasy", come si dice oggi, storie lussureggianti, capaci di stimolare l'immaginazione, e condite dalla vicenda amorosa tra Gordon e Dale, continuamente messa a repentaglio dai malvagi.
Crescendo e ritenendo di essere divenuto grande, con un rituale di distruzione (un vero e proprio rito di passaggio casereccio), mi sbarazzai in maniera eclatante di tutti i giornalini che mi rimandavano al periodo antecedente.
Il pentimento arrivo subito dopo, ma il danno irreparabile era fatto: ciò che era stato distrutto, sminuzzato, fatto a pezzi non poteva più tornare indietro.
A distanza di anni, tuttavia, riuscì di nuovo a ritrovare quella collezione di Flash Gordon, editata ancora una volta dalla casa editrice Nerbini di nuovo in forma anastatica.

Flash Gordon è un personaggio dei fumetti, protagonista dell'omonima striscia a fumetti di fantascienza, ideata da Alex Raymond e pubblicata per la prima volta il 7 gennaio 1934. S
tampato sulle tavole domenicali dei quotidiani, i suoi disegni erano molto elaborati e le didascalie erano frequenti allo scopo di allungare la lettura.
Dalla striscia sono state tratte numerose opere cinematografiche e televisive.


Vi si narrano le avventure di Flash Gordon e dei suoi amici, il dott. Hans Zarkov e la bella Dale Arden. La storia inizia con l'invenzione da parte del dott. Zarkov di un razzo spaziale, con il quale i tre - per sfuggire ad una catastrofe che si sta abbattendo sulla Terra - intraprendono un viaggio che li porta sul misterioso pianeta Mongo.
Il pianeta è abitato da diversi popoli, alcuni tecnologicamente avanzati, che sono stati sottomessi dal perfido tiranno Ming. I tre terrestri vengono a contatto con il principe Barin, legittimo sovrano di Mongo, e scoprono che è stato bandito insieme ai suoi seguaci - compresa la figlia di Ming, Aura, moglie di Barin - e confinato nel reame boscoso di Arboria.
Flash, Hans e Dale allora si uniscono alla lotta del Principe Barin alla riconquista del trono.

mercoledì 17 marzo 2010

Gli anni de "L'Ora"

Mio padre è stato per alcuni anni Il Direttore Responsabile de "L'Ora", il quotidiano palermitano del pomeriggio che, per anni, si è posto come antagonista de "Il Giornale di Sicilia", mantenendo nello stesso tempo tutte le caratteristiche del quotidiano pomeridiano che offriva anticipazioni di cronaca e di eventi della vita politica con quella tempestività che non avrebbe mai potuto possedere un quotidiano del mattino.
Oggi, con lo sviluppo dell'informazione mediatica, con la velocità della radio-tlevisione, ma soprattutto con l'avvento di Internet e degli aggiornamenti in tempo reale, la funzione dei quotidiani pomeridiani è tramontata del tutto.
Ma allora - parliamo degli anni '50 e '60 - aveva una sua ragione d'essere. M
io padre che - giornalisticamente - si era fatto le ossa - con altre esperienze - anche da Direttore Responsabile di altre testate - assunse - con l'entusiasmo e la serietà che lo contraddistinguevano - la direzione de "L'Ora".
Nel corso della sua dirigenza, la Proprietà vendette la testata giornalistica al Partito Comunista. Mio padre, nelle sue convinzioni politiche, pur dando priorità ai valori trasversali della cultura - era di fede socialista, quando essere Socilista significava ancora qualcosa e, in ogni caso, non veniva dai "quadri" della gavetta politica.
Era nel suo stile praticare una forma di giornalismo puro, non inquinata dalle contrattazioni e dai compromessi politici, e - fondamentalmente - stava dalla parte delle "Verità" e dei valori della cultura, non delle verità di partito. Il primo atto dei nuovi proprietari politici fu quello di creare una figura di co-direttore che affiancasse mio padre nella sua funzione di Direttore Responsabile.
La scelta del PCI cadde su Vittorio Nisticò.
Ovviamente, non conosco né i retroscena, né il clima che venne a crearsi allora in redazione. Mio padre era capace di stabilire rapporti di cortesia e di civile tolleranza con tutti colori dei quali sapeva sempre apprezzare l'intelligenza e le doti culturali.
Erano questi i suoi valori.
Ma questo periodo della "co-dirigenza" della testata giornalistica fu particolarmente duro per lui.
Quel che posso dire, semplicemente arguendo, ciò che accadde e che, in nome del rispetto della linea del partito che aveva la proprietà della testata, ci fu sin dall'inizio una grande ingerenza nei suoi compiti di Direttore Responsabile, una sorta di guerra di logoramento
Mia madre mi racconta che lui, in quel periodo, divenne molto nervoso e suscettibile e che esprimeva questo suo stato, dormendo sempre di meno e fumando una sigaretta dietro l'altra.
Fu il periodo in cui giunse a consumare anche più di quaranta sigarette al giorno (e la sua marca preferita erano le Nazionali senza filtro: vi ricordate il pacchetto verde con la caravella in nero? Quelle).
Era sempre con la sigaretta accesa in mano, o pendente dalle labbra alla maniera di Humphrey Bogart.
Poi, alla fine, la battaglia (che lui non aveva scelto di combattere, perchè voleva soltanto fare bene il suo lavoro), fu persa e lui lasciò, decidendo di cercare altrove un luogo dove esercitare le sue rare doti di intellettuale e di uomo.

Quando mio padre anzitempo morì, sulla sua cassa da morto venne posto (perchè ciò corrispondeva ad un suo desiderio espresso in vita) una copia del primo numero de L'Ora uscito con la sua firma di Direttore Responsabile.


Fa un po' di male constatare che Vittorio Nisticò, di cui qualche giorno fa è stata celebrata la memoria in una giornata di studi, intitolata "L'Ora di Nisticò (1955-1975)", nella sua opera di memorie sugli anni de "L'Ora", Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti de "L'Ora" di Palermo (Sellerio, palermo), abbia liquidato la precedente dirigenza (quella di mio padre) in appena un rigo e mezzo, con un passaggio distratto, quasi che "L'ora" fosse iniziato con lui e che tutto ciò che era accaduto prima non contasse.

Sarebbe stato bello - e generoso - poter leggere nel bel libro di Nisticò un tributo più articolato, anche perchè mio padre era una persona - ed un professionista - di grande onesta intellettuale e certamente non meritava di essere cassato con l'oblio.


martedì 16 marzo 2010

La battaglia di Adua: l'evento che decise la sorte politica di Crispi e della politica coloniale italiana


Qualche mese addietro (nell'autunno del 2009) mia madre mi ha segnalato un piccolo trafiletto comparso nel Giornale di Sicilia, nel quale si annunciava la presentazione, presso l'Istituto di Storia Patria di Palermo, dell'opera dello storico Giuseppe De Stefani (Università di Palermo) sulla battaglia di Adua ( Adua nella storia e nella leggenda), opera davvero monumentale ed esaustiva (otre 3500 pagine in quattro tomi).
Proprio di recente, ho ritrovato quel trafiletto.
Mia madre, nel segnalarmi la notizia, mi aveva detto: "Sarebbe bello potere avere quest'opera da affiancare alle altre su Francesco Crispi".
Ricordandomi di questo suo desiderio, mi sono voluto dare da fare: ho cercato in internet, ma l'opera risultava indisponibile attraverso i consueti canali.
Ciò nonostante ho trovato dei riferimenti, tra cui una pagina web dell'Istituto di Storia Patria nella quale si parlava proprio della presentazione dell'opera.
Ho scritto immediatamente all'indirizzo di posta elettronica dell'Istituto di Storia Patria.
Questo il testo della mia lettera

Tempo addietro ho letto, sul Giornale di Sicilia, della presentazione dell'importante opera di Giuseppe De Stefani "Adua nella storia e nella leggenda".
Sono medico, giornalista e faccio parte di un ramo collaterale della famiglia dello Statista (siamo originari di Palazzo Adriano).
Mio padre Francesco era giornalista e aveva, ovviamente un grande interesse per la figura del nostro avo del quale - nei limiti del possibile - cercava di tenere aggiornata una bibliografa con i testi più recenti.
Della battaglia di Adua soleva dirmi che fu l'esito di quella battaglia a decretare, purtroppo, il giudizio che gli Storici diedero di Crispi, soprattutto per quanto concerne la sua svolta autoritaria sull'onda dell'ammirazione per Bismarck.
Mi diceva che se non ci fosse stata quell'ingombrante sconfitta a decidere il suo declino politico, Crispi sarebbe stato considerato un grande.
Mi diceva: "Così va la storia!"
Mi piacerebbe, oggi, anche per la memoria di mio padre, acquisire quest'opera per la nostra biblioteca familiare.
Come fare?

Ho cercato in internet e ho visto che non è disponibile attraverso i consueti canali...
In attesa di vostre delucidazioni, vi invio i miei più cordiali saluti.
Maurizio Crispi
Immediata è stata la risposta telefonica da parte dell'Istituto di Storia Patria.
Mi hanno chiamato al cellulare.
Mi ha dettto che, effettivamente, l'opera non era commercializzata, ma che - avendo parlato con l'autore - questi si era reso disponibile a farmene avere una copia che potevo andare a ritirare direttamente in tipografia.
E così ho fatto, con grande piacere, certo di portato avanti qualcosa che, oltre a compiacere me e mio fratello, sarebbe sicuramente piaciuta a mio padre e a mia madre.
Questa la breve sintesi della presentazione dell'opera di Giuseppe De Stefani, avvenuta il 15 ottobre 2009.

ADUA NELLA STORIA E NELLA LEGGENDA

Notevole opera storica del Prof. Giuseppe De Stefani presentata a Palermo

(Gian Carlo Stella)


Nella bellissima sala della Società Siciliana per la Storia Patria di Palermo, in Piazza San Domenico 1, è stata presentata nella giornata del 15 ottobre 2009 - alle ore 17,30 - la ponderosa opera del Prof. Giuseppe De Stefani dell’Università di Palermo “Adua nella storia e nella leggenda”, pubblicata dal Dipartimento di Studi Storici e Artistici di quella Università e dall’Assessorato dei Beni Culturali e Artistici della Pubblica Istruzione della Regione Siciliana.
Un’opera unica nel suo genere, composta da 4 tomi per 2.980 pagine di grande formato (cm. 29,5 x 20,5), accompagnata da migliaia di note, da ricchissima bibliografia, dettagliata cronologia storica e indice generale dei nomi. L’opera è costata oltre 10 anni di lavoro di scavo negli archivi pubblici e privati.
Moltissimi i documenti inediti pubblicati integralmente. Il periodo storico esaminato nel dettaglio dal Prof. De Stefani corre dal gennaio 1895, anno dell’occupazione del Tigrai e dell’Agamè da parte di Baratieri - con una corposa sintesi degli avvenimenti precedenti -, alla Pace di Addis Abeba ed al rilascio dei prigionieri italiani in mano a Menelik.
Tutti gli argomenti oggetto della ricerca sono stati rintracciati, confrontati, esaminati e comparati anche da diverse angolazioni (storiche, politiche, militari, sociali, economiche, ecc.). Il pubblico su invito è intervenuto molto numeroso. Dopo le parole di presentazione del Dott. Salvatore Savoia, Segretario Generale della Società Siciliana per la Storia Patria, e del Prof. Pietro Corrao, ha preso per primo la parola l’africanista Gian Carlo Stella, titolare della Biblioteca-Archivio “Africana”, che ha ripercorso alcuni momenti salienti della battaglia di Adua, sottolineandone aspetti poco noti, per poi presentare uno spaccato delle opere sino ad oggi pubblicate sull’argomento.
Infine si è soffermato sulla notevole fatica del Prof. Giuseppe De Stefani, che Stella conosce particolarmente per via dei numerosi contatti informativi intervenuti con l’Autore nel corso di oltre 12 anni, e per averla, infine, digitalizzata, impostata graficamente e con lui discussa.
“Adua nella storia e nella leggenda”, ha sottolineato Stella, “è un’opera straordinaria che finalmente ripercorre senza fronzoli e leggende le vicende politico-militari dell’Italia in Africa. Una guida sicura che rimarrà tale anche se venissero alla luce le uniche due opere al momento irreperibili: le carte del processo Baratieri e le memorie inedite del generale Albertone. … Sarà il punto di riferimento per tutti quelli che, per varie ragioni, vorranno conoscere le nostre vicende africane accadute al tempo di Crispi e Menelik”.
È seguita poi la relazione del Prof. Giuseppe Conti, Ordinario di Storia Militare presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, che si è soffermato soprattutto sul ruolo dell’esercito e della stampa militare rispetto alle Colonie.
Ha preso poi la parola l’africanista Luigi Goglia, professore Associato presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università “Roma3”, che ha illustrato la condizione politico-militare di quell’Italia di fine secolo, con le sue luci e le sue ombre.
Infine lo stesso Prof. Giuseppe De Stefani ha ringraziato i relatori ed i presenti, soffermandosi brevemente con affetto e commozione sulla figura dello scomparso Prof. Massimo Ganci, docente di Storia all'Università di Palermo e presidente della Società Siciliana di Storia Patria, che lo ha sempre incoraggiato nella fatica ed a pubblicare l’opera.

sabato 11 aprile 2009

L'importante "presenza" dell'avo Francesco Crispi nella nostra famiglia


Francesco Crispi lo statista (ma prima ancora fervente patriota mazziniano e uno dei principali artefici della Spedizione dei Mille) rappresenta nella nostra famiglia un personaggio illustre, ma - per me - anche una presenza ingombrante.
Mio padre, che ne portava
perfino lo stesso nome, soleva spesso spiegarmi il legame genealogico che ci univa allo statista.
Mio padre riteneva che Francesco Crispi fosse stato un grande: un grande patriota e -
durante il suo governo - un grande riformatore. Pensava infatti che queste qualità avessero fatto pesare la bilancia a favore di Crispi sino alla malaugurata ed infausta avventura imperialista in Etiopia.
Mio padre spesso mi ripeteva che la storia non perdona i perdenti e che la sanguinosa sconfitta di Adua ebbe un peso determinante nel creare attorno a Crispi statista un alone negativo di pessimo uomo di governo. Mi diceva spesso, pur specificando che la storia non si costruisce nè con i "se..." nè con i "ma...", che se Crispi avesse vinto ad Adua il giudizio degli storici sarebbe stato profondamente diverso.

Nello studio di mio padre faceva mostra di sè una foto di Crispi anziano con grandi baffoni candidi alla Bismarck (che riflettevano il fascino esercitato su di lui - nell'ultima parte della sua attività politica - dallo statista prussiano), ma campeggiava anche un busto in bronzo di Crispi giovane in toga da avvocato che egli aveva appositamente commissionato allo scultore palermitano Nino Geraci, autore di diversi statue che abbbelliscono la nostra città (tra cui la fontana della Sirena nella piazza di Mondello).
Come espressione di tale passione, mio padre aveva raccolto nel tempo diverse biografie su Crispi, tra le quali anche l'autorevole testo di Denis Mack Smith sulla storia del Risorgimento italiano, in cui si trattava ampiamente del ruolo svolto da Crispi nell'unificazione d'Italia, e mi esortava sempre a leggere e a approfondire, oltre ad alcuni volumi con gli scritti politici e i discorsi parlamentari di Crispi. Alcuni dei quali poi, - quelli più antichi - venivano da casa sua.
Ogni tanto soleva raccontarmi degli episodi significativi, ma - lo confesso adesso con rammarico - nel periodo della mia adolescenza non stavo tanto ad ascoltarlo, anche se poi molte delle cose che mi diceva si sono a poco a poco sedimentate dentro di me, venendo a costituire un humus fertile.
In questo, mio padre era davvero instancabile e non cessava mai di svolgere - senza darlo a vedere - un'opera di insegnamento e di trasmissiome di valori.
Mi diceva anche che il mio cognome mi avrebbe spesso portato a parlare di Francesco Crispi: forse, rifacendosi proprio alla mia esperienza.
Adesso, lo statista Crispi è alquanto dimenticato: quando qualcuno fa fatica a scrivere in maniera esatta il mio cognome, io dico semplicemente - senza stare tanto a sbrodolare - "quelle delle piazze e delle strade".
Allora, quando io andavo a scuola - sino al Liceo - e quando certi valori erano ancora piuttosto vivi e si veniva dall'aver celebrato nel 1960 il primo centenario dell'Italia unita, la parola "Crispi" evocava subito qualcosa di forte, attivava immediatamente delle reminiscenze storiche ed era inevitabile la domanda se fossi imparentato con lo Statista.
Proprio per questo motivo mio padre mi diceva che, nella materia, dovevo essere ferrato, anche per difendere il buon nome della famiglia da eventuali detrattori.
Si capiva bene che mio padre era proprio orgoglioso di questa illustre ascendenza, ma in maniera discreta e non roboante.
Altri tempi, si potrebbe dire: oggi, le ascendenze e i lasciti di idee e culturali non hanno più alcun valore, lal contrario di qualità disvaloriali come l'arrivismo sfrenato e il potere dei soldi che, invece, sono esaltate.
In ogni caso, mio padre aveva ragione: tante volte mi sono ritrovato a parlare di Francesco Crispi, delle cose esaltanti e buone che aveva fatto, ahimè scivolando poi sulla buccia di banana del colonialismo!!!
E, agli esami di maturità classica, in storia venni interrogato proprio su Francesco Crispi, su cui -
proprio per seguire i suggerimenti di mio padre - mi ero accuratamente preparato, studiando diversi testi - mettendo a punto, come si direbbe oggi, una vera propria "tesina".
Fu quasi scontato che mi chiedessero di parlare di Crispi, come da copione. E feci la mia gran bella figura...
Oggi non è più così. Il cognome "Crispi" non suscita più quelle curiosità, non dà luogo ad interrogativi.
Gli eventi che portarono all'Unità d'Italia sono ormai lontani e per alcuni rappresentano una fatidiosa ed ingombrante memoria.
Oggi, la storia si vorrebbe dimenticare.
E, per molti, la storia è soltanto ciò che è accaduto ieri.
Quando nacque mio figlio Francesco, alla parete della stanza della clinica dove venne alla luce, stava una stampa della Palermo di ieri, raffigurante una veduta della via Francesco Crispi dell'anteguerra.
Mi chiesi allora: una coincidenza o la necessità intrinseca del nome?
Tramandando i desideri di mio padre, vorrei che mio figlio, crescendo possa coltivare in sè un simile "orgoglio" genealogico, ma che nello stesso tempo possa ricordare con altrettanto - se non maggiore - orgoglio chi era suo nonno Francesco e quello che, nella sua troppo breve vita, ha realizzato.

mercoledì 1 aprile 2009

Francesco Crispi e il Premio di Teatro Luigi Pirandello


Dal 1966 Francesco Crispi fu segretario del Premio di teatro "Luigi Pirandello" della Cassa di Risparmio V.E. per le Provincie siciliane, dove egli - sino alla sua morte - rivestì la funzione di Capo Ufficio Stampa che, nella sua interpretazione (grazie anche alla lungimiranza e all'apertura mentale del Presidente dell'Ente Ferdinando Stagno d'Alcontres) lo portò ad essere, in linea con le sue idee, un autentico "animatore" e promotore culturale, ma sempre senza grandi battàge e con modestia, con un lavorio costante che lo portava a mettere in rete i saperi e le competenze specifiche di soggetti diversi.
Il Premio che ebbe l'alto patrocinio della Presidenza della Repubblica (una rappresentanza dell'Istituto di Credito Siciliano venne ricevuta per la presentazione del Progetto dall'allora Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat) veniva assegnato ad un opera di teatro originale che ancora non era stata nè pubblicata, nè rappresentata.
Nello stesso tempo, il Premio dal 1971 (come Premio Internazionale "Luigi Pirandello") conferiva uno speciale premio alla carriera ad autori di teatro o a registi che si fossero particolarmente distinti per la loro creatività o per la capacità di tradurre nella sensibilità moderna grandi classici del teatro.
Fu così che Ingmar Bergman, il grande cineasta svedese, ma anche straordinario regista teatrale, venne a Palermo.
In una foto conservata nel nostro, disordinatissimo, archivio fotografico mio padre viene affettuosamente abbracciato dal grande Ingmar Bergman; in un'altra posano uno accanto all'altro davanti al fotografo.
Fu un fatto eccezionale che Bergman fosse venuto a Palermo, abbandonando la sua piccola isola del Baltico.
Venne, superando la sua naturale ritrosia, perchè comprese - grazie agli scambi epistolari intercorsi con nostro padre - che quella targa lo avrebbe collegato idealmente a Luigi Pirandello e che era un omaggio alla sua abilità e sensibilità nell'averne messo in scena alcuni lavori.
In una ricorrenza legata a Ingmar Bergman (la notizia della sua morte, avvenuta nel 2007), pur commemorando il grande cineasta, i giornali siciliani hanno taciuto di un evento tanto significativo per la cultura siciliana.
Si sa che la memoria dei giornali e dei giornalisti, il più delle volte è corta e che ciò è utile il più delle volte a dare grande risonanza a notizie che non sarebbero tali in verità se solo si menzionasse tutto il loro background storico e le relative radici.

Ma, in noi, ha destato grande perplessità e rammarico il fatto che non si menzionasse minimamente il fatto che proprio a Palermo il grande Bergman era venuto per ricevere la targa "Luigi Pirandello".
Mio fratello Salvatore Crispi, proprio in questa circostanza, ha ritenuto opportuno indirizzare una lettera alla redazione del Giornale di Sicilia, per rinfrescare la memoria sui rapporti tra il premio di teatro Luigi Pirandello e Ingmar Bergmann.
Ecco la sua lettera che venne successivamente pubblicata sul Giornale di Sicilia del 20 agosto 2007, nella rubrica "Lettere", con il titolo "Il regista Bergman vinse a Palermo la prima targa Luigi Pirandello" mentre l'occhiello così recitava:"Era il 1971, il maestro venne premiato al Teatro Biondo. Fu motivo di grande orgoglio per tutta la città".
La scomparsa del regista Ingmar Bergman ha suscitato una grande emozione ed un grande rimpianto, poiché egli, con le sue opere immortali, ha saputo fotografare i contesti umani e sociale del periodo contemporaneo.Questo triste evento è stato riportato, giustamente, con grande risalto, dagli organi di informazione, che hanno ricordato i premi ed i riconoscimenti internazionali, che sono stati assegnati a questo grande regista.
Trascurato, invece, è stato un evento, che ha dato lustro alla città di Palermo.
Negli anni ’60, mio padre Francesco Crispi propose l’assegnazione di un premio teatrale biennale, intitolato a Luigi Pirandello.
Questa proposta fu accolta da Ferdinando Stagno D’Alcontres Presidente della Cassa di Risparmio V.E. per le Province Siciliane.
Nel 1971, nell’ambito di questa iniziativa, venne istituito il Premio Internazionale Luigi Pirandello che aveva il compito di assegnare una Targa d’oro, con l’immagine di Luigi Piarandello, opera dell’artista Emilio Greco, a personalità, che si fossero distinte nel mondo del cinema e del teatro.
La 1^ Targa internazionale nel 1971 fu assegnata a Ingmar Bergman, che fu ospite della Cassa di Risparmio V.E. per le Province Siciliane a Villa Igea e ricevette dalle mani del Presidente Stagno D’Alcontres questo riconoscimento in una cerimonia, molto bella, che si svolse al Teatro Biondo.
L’evento fu un momento di grande orgoglio per la città che, una volta tanto, soprattutto in quegli anni, non era posta all’attenzione, nazionale ed internazionale come luogo in cui accadevano solo fatti di cronaca tristi e luttuosi, ma come città capace di esprimere alti livelli culturali.
Sarebbe, quindi, importante, nel ricordo di Bergman, ma anche per sottolineare i fatti positivi che siamo capaci di esprimere, che si ricordasse la targa d’oro assegnata a questo grande regista. (Salvatore Crispi)

venerdì 20 marzo 2009

Sul cognome Crispi

Mio padre soleva dirmi che noi Crispi eravamo pochissimi: anzi, per come me lo diceva (e consideriamo che le sue parole avevano certamente un impatto suggestivo sulla mia fantasia di bimbo) mi lasciava intendere che noi eravamo pressocchè gli unici a portare il cognome dell'illustre statista (con il quale - come spiegherò meglio in seguito - siamo anche imparentati).
Quando ero piccolo la cosa mi riempiva d'orgoglio ed era per me motivo di vanto.
Del resto, in questo non facevo che seguire l'attitudine di mio padre che, nel suo stile taciturno, era profondamente orgoglioso della tradizione di famiglia e sentiva profondamente l'onore di portare non solo lo stesso cognome ma anche l'identico nome di Francesco Crispi, patriota mazziniano prima e poi Primo ministro in uno dei primi governi dell'Italia unita.
Poi, nel 1994, venne fuori il nome di Michelangelo Crispi, catanese, che a Indianapolis nel 1994 vinse l'oro nei Campionati del Mondo Pesi leggeri di canottaggio in doppio e che replicò nuovamente nel 1999, nella stessa specialità).
Subii un piccolo grande shock cognitivo. Grande fu la mia delusione nel rendermi conto che crollava così un mito che, in qualche misura emulando mio padre, avevo costruito dentro di me a proposito della nostra presunta unicità.
Quel certo è che noi (questo nostro specifico, io e mio fratello, i miei cugini e la sorella di mia padre) siamo tra i pochi, in Italia, ad essere imparentati con lo statista: l'altro ramo della famiglia a vantare quest'ascendenza è quello dei Crispi Chiarenza che si collega direttamente con un nipote di Francesco Crispi.
Altri Crispi, imparentati con lo statista, vivono in America latina, dove il figlio naturale di Francesco Crispi si trasferì a vivere, spinto dal padre imbarazzato per la sua condotta disdicevole, al tempo dello scandalo della Banca d'Italia, di cui tra l'altro racconta in forma narrativa Sebastiano Vassalli nel suo romanzo "Il cigno" (per leggere la recensione a suo tempo pubblicata su "L'indice" clicca qui).
In ogni caso i "Crispi" in Italia sono davvero pochini: qualche centinaio appena, sparsi in piccoli nuclei in quasi tutto il territorio nazionale, ad eccezione - sembrerebbe - della Puglia e di poche altre regioni.
Rimane tuttavia certo il fatto che la mia famiglia sia di origine albanese e che discenda da quel nucleo di Albanesi, migranti (così si direbbe oggi) che arrivarono in Italia per sfuggire alla'avanzata dell'impero ottomano, diffondendosi prima nell'Italia meridionale (versante adriatico e ionico) e poi in talune zone della Sicilia, dove dettero vita ad alcuni paesi di "etnia" pura che vennero edificati ex-movo (come, ad esempio, Piana degli Albanesi) e ad altri a composizione mista (come, appunto, era ed è Palazzo Adriano).
Ma di questo racconterò più nel dettaglio in un successivo post.
Per quanto riguarda il significato del cognome, sempre mio padre solleva dirmi - probabilmente - sulla base di un sapere familiare tramandato, ma non suffragato da concrete basi linguistiche, che "crispi" in Albanese significasse "capo di casa".
Su questo aspetto vorrei fare una richiesta approfondita: ma su questo campo internet è avaro di informazioni perchè quasi tutte le indagini sull'origini dei cognomi sono accessibili dietro pagamento.
Ma per sciogliere questo dubbio effettuerò, prima o poi, una ricerca in Biblioteca o nel "Dizionario dei cognomi italiani".
 
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