mercoledì 17 marzo 2010

Gli anni de "L'Ora"

Mio padre è stato per alcuni anni Il Direttore Responsabile de "L'Ora", il quotidiano palermitano del pomeriggio che, per anni, si è posto come antagonista de "Il Giornale di Sicilia", mantenendo nello stesso tempo tutte le caratteristiche del quotidiano pomeridiano che offriva anticipazioni di cronaca e di eventi della vita politica con quella tempestività che non avrebbe mai potuto possedere un quotidiano del mattino.
Oggi, con lo sviluppo dell'informazione mediatica, con la velocità della radio-tlevisione, ma soprattutto con l'avvento di Internet e degli aggiornamenti in tempo reale, la funzione dei quotidiani pomeridiani è tramontata del tutto.
Ma allora - parliamo degli anni '50 e '60 - aveva una sua ragione d'essere. M
io padre che - giornalisticamente - si era fatto le ossa - con altre esperienze - anche da Direttore Responsabile di altre testate - assunse - con l'entusiasmo e la serietà che lo contraddistinguevano - la direzione de "L'Ora".
Nel corso della sua dirigenza, la Proprietà vendette la testata giornalistica al Partito Comunista. Mio padre, nelle sue convinzioni politiche, pur dando priorità ai valori trasversali della cultura - era di fede socialista, quando essere Socilista significava ancora qualcosa e, in ogni caso, non veniva dai "quadri" della gavetta politica.
Era nel suo stile praticare una forma di giornalismo puro, non inquinata dalle contrattazioni e dai compromessi politici, e - fondamentalmente - stava dalla parte delle "Verità" e dei valori della cultura, non delle verità di partito. Il primo atto dei nuovi proprietari politici fu quello di creare una figura di co-direttore che affiancasse mio padre nella sua funzione di Direttore Responsabile.
La scelta del PCI cadde su Vittorio Nisticò.
Ovviamente, non conosco né i retroscena, né il clima che venne a crearsi allora in redazione. Mio padre era capace di stabilire rapporti di cortesia e di civile tolleranza con tutti colori dei quali sapeva sempre apprezzare l'intelligenza e le doti culturali.
Erano questi i suoi valori.
Ma questo periodo della "co-dirigenza" della testata giornalistica fu particolarmente duro per lui.
Quel che posso dire, semplicemente arguendo, ciò che accadde e che, in nome del rispetto della linea del partito che aveva la proprietà della testata, ci fu sin dall'inizio una grande ingerenza nei suoi compiti di Direttore Responsabile, una sorta di guerra di logoramento
Mia madre mi racconta che lui, in quel periodo, divenne molto nervoso e suscettibile e che esprimeva questo suo stato, dormendo sempre di meno e fumando una sigaretta dietro l'altra.
Fu il periodo in cui giunse a consumare anche più di quaranta sigarette al giorno (e la sua marca preferita erano le Nazionali senza filtro: vi ricordate il pacchetto verde con la caravella in nero? Quelle).
Era sempre con la sigaretta accesa in mano, o pendente dalle labbra alla maniera di Humphrey Bogart.
Poi, alla fine, la battaglia (che lui non aveva scelto di combattere, perchè voleva soltanto fare bene il suo lavoro), fu persa e lui lasciò, decidendo di cercare altrove un luogo dove esercitare le sue rare doti di intellettuale e di uomo.

Quando mio padre anzitempo morì, sulla sua cassa da morto venne posto (perchè ciò corrispondeva ad un suo desiderio espresso in vita) una copia del primo numero de L'Ora uscito con la sua firma di Direttore Responsabile.


Fa un po' di male constatare che Vittorio Nisticò, di cui qualche giorno fa è stata celebrata la memoria in una giornata di studi, intitolata "L'Ora di Nisticò (1955-1975)", nella sua opera di memorie sugli anni de "L'Ora", Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti de "L'Ora" di Palermo (Sellerio, palermo), abbia liquidato la precedente dirigenza (quella di mio padre) in appena un rigo e mezzo, con un passaggio distratto, quasi che "L'ora" fosse iniziato con lui e che tutto ciò che era accaduto prima non contasse.

Sarebbe stato bello - e generoso - poter leggere nel bel libro di Nisticò un tributo più articolato, anche perchè mio padre era una persona - ed un professionista - di grande onesta intellettuale e certamente non meritava di essere cassato con l'oblio.


martedì 16 marzo 2010

La battaglia di Adua: l'evento che decise la sorte politica di Crispi e della politica coloniale italiana


Qualche mese addietro (nell'autunno del 2009) mia madre mi ha segnalato un piccolo trafiletto comparso nel Giornale di Sicilia, nel quale si annunciava la presentazione, presso l'Istituto di Storia Patria di Palermo, dell'opera dello storico Giuseppe De Stefani (Università di Palermo) sulla battaglia di Adua ( Adua nella storia e nella leggenda), opera davvero monumentale ed esaustiva (otre 3500 pagine in quattro tomi).
Proprio di recente, ho ritrovato quel trafiletto.
Mia madre, nel segnalarmi la notizia, mi aveva detto: "Sarebbe bello potere avere quest'opera da affiancare alle altre su Francesco Crispi".
Ricordandomi di questo suo desiderio, mi sono voluto dare da fare: ho cercato in internet, ma l'opera risultava indisponibile attraverso i consueti canali.
Ciò nonostante ho trovato dei riferimenti, tra cui una pagina web dell'Istituto di Storia Patria nella quale si parlava proprio della presentazione dell'opera.
Ho scritto immediatamente all'indirizzo di posta elettronica dell'Istituto di Storia Patria.
Questo il testo della mia lettera

Tempo addietro ho letto, sul Giornale di Sicilia, della presentazione dell'importante opera di Giuseppe De Stefani "Adua nella storia e nella leggenda".
Sono medico, giornalista e faccio parte di un ramo collaterale della famiglia dello Statista (siamo originari di Palazzo Adriano).
Mio padre Francesco era giornalista e aveva, ovviamente un grande interesse per la figura del nostro avo del quale - nei limiti del possibile - cercava di tenere aggiornata una bibliografa con i testi più recenti.
Della battaglia di Adua soleva dirmi che fu l'esito di quella battaglia a decretare, purtroppo, il giudizio che gli Storici diedero di Crispi, soprattutto per quanto concerne la sua svolta autoritaria sull'onda dell'ammirazione per Bismarck.
Mi diceva che se non ci fosse stata quell'ingombrante sconfitta a decidere il suo declino politico, Crispi sarebbe stato considerato un grande.
Mi diceva: "Così va la storia!"
Mi piacerebbe, oggi, anche per la memoria di mio padre, acquisire quest'opera per la nostra biblioteca familiare.
Come fare?

Ho cercato in internet e ho visto che non è disponibile attraverso i consueti canali...
In attesa di vostre delucidazioni, vi invio i miei più cordiali saluti.
Maurizio Crispi
Immediata è stata la risposta telefonica da parte dell'Istituto di Storia Patria.
Mi hanno chiamato al cellulare.
Mi ha dettto che, effettivamente, l'opera non era commercializzata, ma che - avendo parlato con l'autore - questi si era reso disponibile a farmene avere una copia che potevo andare a ritirare direttamente in tipografia.
E così ho fatto, con grande piacere, certo di portato avanti qualcosa che, oltre a compiacere me e mio fratello, sarebbe sicuramente piaciuta a mio padre e a mia madre.
Questa la breve sintesi della presentazione dell'opera di Giuseppe De Stefani, avvenuta il 15 ottobre 2009.

ADUA NELLA STORIA E NELLA LEGGENDA

Notevole opera storica del Prof. Giuseppe De Stefani presentata a Palermo

(Gian Carlo Stella)


Nella bellissima sala della Società Siciliana per la Storia Patria di Palermo, in Piazza San Domenico 1, è stata presentata nella giornata del 15 ottobre 2009 - alle ore 17,30 - la ponderosa opera del Prof. Giuseppe De Stefani dell’Università di Palermo “Adua nella storia e nella leggenda”, pubblicata dal Dipartimento di Studi Storici e Artistici di quella Università e dall’Assessorato dei Beni Culturali e Artistici della Pubblica Istruzione della Regione Siciliana.
Un’opera unica nel suo genere, composta da 4 tomi per 2.980 pagine di grande formato (cm. 29,5 x 20,5), accompagnata da migliaia di note, da ricchissima bibliografia, dettagliata cronologia storica e indice generale dei nomi. L’opera è costata oltre 10 anni di lavoro di scavo negli archivi pubblici e privati.
Moltissimi i documenti inediti pubblicati integralmente. Il periodo storico esaminato nel dettaglio dal Prof. De Stefani corre dal gennaio 1895, anno dell’occupazione del Tigrai e dell’Agamè da parte di Baratieri - con una corposa sintesi degli avvenimenti precedenti -, alla Pace di Addis Abeba ed al rilascio dei prigionieri italiani in mano a Menelik.
Tutti gli argomenti oggetto della ricerca sono stati rintracciati, confrontati, esaminati e comparati anche da diverse angolazioni (storiche, politiche, militari, sociali, economiche, ecc.). Il pubblico su invito è intervenuto molto numeroso. Dopo le parole di presentazione del Dott. Salvatore Savoia, Segretario Generale della Società Siciliana per la Storia Patria, e del Prof. Pietro Corrao, ha preso per primo la parola l’africanista Gian Carlo Stella, titolare della Biblioteca-Archivio “Africana”, che ha ripercorso alcuni momenti salienti della battaglia di Adua, sottolineandone aspetti poco noti, per poi presentare uno spaccato delle opere sino ad oggi pubblicate sull’argomento.
Infine si è soffermato sulla notevole fatica del Prof. Giuseppe De Stefani, che Stella conosce particolarmente per via dei numerosi contatti informativi intervenuti con l’Autore nel corso di oltre 12 anni, e per averla, infine, digitalizzata, impostata graficamente e con lui discussa.
“Adua nella storia e nella leggenda”, ha sottolineato Stella, “è un’opera straordinaria che finalmente ripercorre senza fronzoli e leggende le vicende politico-militari dell’Italia in Africa. Una guida sicura che rimarrà tale anche se venissero alla luce le uniche due opere al momento irreperibili: le carte del processo Baratieri e le memorie inedite del generale Albertone. … Sarà il punto di riferimento per tutti quelli che, per varie ragioni, vorranno conoscere le nostre vicende africane accadute al tempo di Crispi e Menelik”.
È seguita poi la relazione del Prof. Giuseppe Conti, Ordinario di Storia Militare presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, che si è soffermato soprattutto sul ruolo dell’esercito e della stampa militare rispetto alle Colonie.
Ha preso poi la parola l’africanista Luigi Goglia, professore Associato presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università “Roma3”, che ha illustrato la condizione politico-militare di quell’Italia di fine secolo, con le sue luci e le sue ombre.
Infine lo stesso Prof. Giuseppe De Stefani ha ringraziato i relatori ed i presenti, soffermandosi brevemente con affetto e commozione sulla figura dello scomparso Prof. Massimo Ganci, docente di Storia all'Università di Palermo e presidente della Società Siciliana di Storia Patria, che lo ha sempre incoraggiato nella fatica ed a pubblicare l’opera.

sabato 11 aprile 2009

L'importante "presenza" dell'avo Francesco Crispi nella nostra famiglia


Francesco Crispi lo statista (ma prima ancora fervente patriota mazziniano e uno dei principali artefici della Spedizione dei Mille) rappresenta nella nostra famiglia un personaggio illustre, ma - per me - anche una presenza ingombrante.
Mio padre, che ne portava
perfino lo stesso nome, soleva spesso spiegarmi il legame genealogico che ci univa allo statista.
Mio padre riteneva che Francesco Crispi fosse stato un grande: un grande patriota e -
durante il suo governo - un grande riformatore. Pensava infatti che queste qualità avessero fatto pesare la bilancia a favore di Crispi sino alla malaugurata ed infausta avventura imperialista in Etiopia.
Mio padre spesso mi ripeteva che la storia non perdona i perdenti e che la sanguinosa sconfitta di Adua ebbe un peso determinante nel creare attorno a Crispi statista un alone negativo di pessimo uomo di governo. Mi diceva spesso, pur specificando che la storia non si costruisce nè con i "se..." nè con i "ma...", che se Crispi avesse vinto ad Adua il giudizio degli storici sarebbe stato profondamente diverso.

Nello studio di mio padre faceva mostra di sè una foto di Crispi anziano con grandi baffoni candidi alla Bismarck (che riflettevano il fascino esercitato su di lui - nell'ultima parte della sua attività politica - dallo statista prussiano), ma campeggiava anche un busto in bronzo di Crispi giovane in toga da avvocato che egli aveva appositamente commissionato allo scultore palermitano Nino Geraci, autore di diversi statue che abbbelliscono la nostra città (tra cui la fontana della Sirena nella piazza di Mondello).
Come espressione di tale passione, mio padre aveva raccolto nel tempo diverse biografie su Crispi, tra le quali anche l'autorevole testo di Denis Mack Smith sulla storia del Risorgimento italiano, in cui si trattava ampiamente del ruolo svolto da Crispi nell'unificazione d'Italia, e mi esortava sempre a leggere e a approfondire, oltre ad alcuni volumi con gli scritti politici e i discorsi parlamentari di Crispi. Alcuni dei quali poi, - quelli più antichi - venivano da casa sua.
Ogni tanto soleva raccontarmi degli episodi significativi, ma - lo confesso adesso con rammarico - nel periodo della mia adolescenza non stavo tanto ad ascoltarlo, anche se poi molte delle cose che mi diceva si sono a poco a poco sedimentate dentro di me, venendo a costituire un humus fertile.
In questo, mio padre era davvero instancabile e non cessava mai di svolgere - senza darlo a vedere - un'opera di insegnamento e di trasmissiome di valori.
Mi diceva anche che il mio cognome mi avrebbe spesso portato a parlare di Francesco Crispi: forse, rifacendosi proprio alla mia esperienza.
Adesso, lo statista Crispi è alquanto dimenticato: quando qualcuno fa fatica a scrivere in maniera esatta il mio cognome, io dico semplicemente - senza stare tanto a sbrodolare - "quelle delle piazze e delle strade".
Allora, quando io andavo a scuola - sino al Liceo - e quando certi valori erano ancora piuttosto vivi e si veniva dall'aver celebrato nel 1960 il primo centenario dell'Italia unita, la parola "Crispi" evocava subito qualcosa di forte, attivava immediatamente delle reminiscenze storiche ed era inevitabile la domanda se fossi imparentato con lo Statista.
Proprio per questo motivo mio padre mi diceva che, nella materia, dovevo essere ferrato, anche per difendere il buon nome della famiglia da eventuali detrattori.
Si capiva bene che mio padre era proprio orgoglioso di questa illustre ascendenza, ma in maniera discreta e non roboante.
Altri tempi, si potrebbe dire: oggi, le ascendenze e i lasciti di idee e culturali non hanno più alcun valore, lal contrario di qualità disvaloriali come l'arrivismo sfrenato e il potere dei soldi che, invece, sono esaltate.
In ogni caso, mio padre aveva ragione: tante volte mi sono ritrovato a parlare di Francesco Crispi, delle cose esaltanti e buone che aveva fatto, ahimè scivolando poi sulla buccia di banana del colonialismo!!!
E, agli esami di maturità classica, in storia venni interrogato proprio su Francesco Crispi, su cui -
proprio per seguire i suggerimenti di mio padre - mi ero accuratamente preparato, studiando diversi testi - mettendo a punto, come si direbbe oggi, una vera propria "tesina".
Fu quasi scontato che mi chiedessero di parlare di Crispi, come da copione. E feci la mia gran bella figura...
Oggi non è più così. Il cognome "Crispi" non suscita più quelle curiosità, non dà luogo ad interrogativi.
Gli eventi che portarono all'Unità d'Italia sono ormai lontani e per alcuni rappresentano una fatidiosa ed ingombrante memoria.
Oggi, la storia si vorrebbe dimenticare.
E, per molti, la storia è soltanto ciò che è accaduto ieri.
Quando nacque mio figlio Francesco, alla parete della stanza della clinica dove venne alla luce, stava una stampa della Palermo di ieri, raffigurante una veduta della via Francesco Crispi dell'anteguerra.
Mi chiesi allora: una coincidenza o la necessità intrinseca del nome?
Tramandando i desideri di mio padre, vorrei che mio figlio, crescendo possa coltivare in sè un simile "orgoglio" genealogico, ma che nello stesso tempo possa ricordare con altrettanto - se non maggiore - orgoglio chi era suo nonno Francesco e quello che, nella sua troppo breve vita, ha realizzato.

mercoledì 1 aprile 2009

Francesco Crispi e il Premio di Teatro Luigi Pirandello


Dal 1966 Francesco Crispi fu segretario del Premio di teatro "Luigi Pirandello" della Cassa di Risparmio V.E. per le Provincie siciliane, dove egli - sino alla sua morte - rivestì la funzione di Capo Ufficio Stampa che, nella sua interpretazione (grazie anche alla lungimiranza e all'apertura mentale del Presidente dell'Ente Ferdinando Stagno d'Alcontres) lo portò ad essere, in linea con le sue idee, un autentico "animatore" e promotore culturale, ma sempre senza grandi battàge e con modestia, con un lavorio costante che lo portava a mettere in rete i saperi e le competenze specifiche di soggetti diversi.
Il Premio che ebbe l'alto patrocinio della Presidenza della Repubblica (una rappresentanza dell'Istituto di Credito Siciliano venne ricevuta per la presentazione del Progetto dall'allora Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat) veniva assegnato ad un opera di teatro originale che ancora non era stata nè pubblicata, nè rappresentata.
Nello stesso tempo, il Premio dal 1971 (come Premio Internazionale "Luigi Pirandello") conferiva uno speciale premio alla carriera ad autori di teatro o a registi che si fossero particolarmente distinti per la loro creatività o per la capacità di tradurre nella sensibilità moderna grandi classici del teatro.
Fu così che Ingmar Bergman, il grande cineasta svedese, ma anche straordinario regista teatrale, venne a Palermo.
In una foto conservata nel nostro, disordinatissimo, archivio fotografico mio padre viene affettuosamente abbracciato dal grande Ingmar Bergman; in un'altra posano uno accanto all'altro davanti al fotografo.
Fu un fatto eccezionale che Bergman fosse venuto a Palermo, abbandonando la sua piccola isola del Baltico.
Venne, superando la sua naturale ritrosia, perchè comprese - grazie agli scambi epistolari intercorsi con nostro padre - che quella targa lo avrebbe collegato idealmente a Luigi Pirandello e che era un omaggio alla sua abilità e sensibilità nell'averne messo in scena alcuni lavori.
In una ricorrenza legata a Ingmar Bergman (la notizia della sua morte, avvenuta nel 2007), pur commemorando il grande cineasta, i giornali siciliani hanno taciuto di un evento tanto significativo per la cultura siciliana.
Si sa che la memoria dei giornali e dei giornalisti, il più delle volte è corta e che ciò è utile il più delle volte a dare grande risonanza a notizie che non sarebbero tali in verità se solo si menzionasse tutto il loro background storico e le relative radici.

Ma, in noi, ha destato grande perplessità e rammarico il fatto che non si menzionasse minimamente il fatto che proprio a Palermo il grande Bergman era venuto per ricevere la targa "Luigi Pirandello".
Mio fratello Salvatore Crispi, proprio in questa circostanza, ha ritenuto opportuno indirizzare una lettera alla redazione del Giornale di Sicilia, per rinfrescare la memoria sui rapporti tra il premio di teatro Luigi Pirandello e Ingmar Bergmann.
Ecco la sua lettera che venne successivamente pubblicata sul Giornale di Sicilia del 20 agosto 2007, nella rubrica "Lettere", con il titolo "Il regista Bergman vinse a Palermo la prima targa Luigi Pirandello" mentre l'occhiello così recitava:"Era il 1971, il maestro venne premiato al Teatro Biondo. Fu motivo di grande orgoglio per tutta la città".
La scomparsa del regista Ingmar Bergman ha suscitato una grande emozione ed un grande rimpianto, poiché egli, con le sue opere immortali, ha saputo fotografare i contesti umani e sociale del periodo contemporaneo.Questo triste evento è stato riportato, giustamente, con grande risalto, dagli organi di informazione, che hanno ricordato i premi ed i riconoscimenti internazionali, che sono stati assegnati a questo grande regista.
Trascurato, invece, è stato un evento, che ha dato lustro alla città di Palermo.
Negli anni ’60, mio padre Francesco Crispi propose l’assegnazione di un premio teatrale biennale, intitolato a Luigi Pirandello.
Questa proposta fu accolta da Ferdinando Stagno D’Alcontres Presidente della Cassa di Risparmio V.E. per le Province Siciliane.
Nel 1971, nell’ambito di questa iniziativa, venne istituito il Premio Internazionale Luigi Pirandello che aveva il compito di assegnare una Targa d’oro, con l’immagine di Luigi Piarandello, opera dell’artista Emilio Greco, a personalità, che si fossero distinte nel mondo del cinema e del teatro.
La 1^ Targa internazionale nel 1971 fu assegnata a Ingmar Bergman, che fu ospite della Cassa di Risparmio V.E. per le Province Siciliane a Villa Igea e ricevette dalle mani del Presidente Stagno D’Alcontres questo riconoscimento in una cerimonia, molto bella, che si svolse al Teatro Biondo.
L’evento fu un momento di grande orgoglio per la città che, una volta tanto, soprattutto in quegli anni, non era posta all’attenzione, nazionale ed internazionale come luogo in cui accadevano solo fatti di cronaca tristi e luttuosi, ma come città capace di esprimere alti livelli culturali.
Sarebbe, quindi, importante, nel ricordo di Bergman, ma anche per sottolineare i fatti positivi che siamo capaci di esprimere, che si ricordasse la targa d’oro assegnata a questo grande regista. (Salvatore Crispi)

venerdì 20 marzo 2009

Sul cognome Crispi

Mio padre soleva dirmi che noi Crispi eravamo pochissimi: anzi, per come me lo diceva (e consideriamo che le sue parole avevano certamente un impatto suggestivo sulla mia fantasia di bimbo) mi lasciava intendere che noi eravamo pressocchè gli unici a portare il cognome dell'illustre statista (con il quale - come spiegherò meglio in seguito - siamo anche imparentati).
Quando ero piccolo la cosa mi riempiva d'orgoglio ed era per me motivo di vanto.
Del resto, in questo non facevo che seguire l'attitudine di mio padre che, nel suo stile taciturno, era profondamente orgoglioso della tradizione di famiglia e sentiva profondamente l'onore di portare non solo lo stesso cognome ma anche l'identico nome di Francesco Crispi, patriota mazziniano prima e poi Primo ministro in uno dei primi governi dell'Italia unita.
Poi, nel 1994, venne fuori il nome di Michelangelo Crispi, catanese, che a Indianapolis nel 1994 vinse l'oro nei Campionati del Mondo Pesi leggeri di canottaggio in doppio e che replicò nuovamente nel 1999, nella stessa specialità).
Subii un piccolo grande shock cognitivo. Grande fu la mia delusione nel rendermi conto che crollava così un mito che, in qualche misura emulando mio padre, avevo costruito dentro di me a proposito della nostra presunta unicità.
Quel certo è che noi (questo nostro specifico, io e mio fratello, i miei cugini e la sorella di mia padre) siamo tra i pochi, in Italia, ad essere imparentati con lo statista: l'altro ramo della famiglia a vantare quest'ascendenza è quello dei Crispi Chiarenza che si collega direttamente con un nipote di Francesco Crispi.
Altri Crispi, imparentati con lo statista, vivono in America latina, dove il figlio naturale di Francesco Crispi si trasferì a vivere, spinto dal padre imbarazzato per la sua condotta disdicevole, al tempo dello scandalo della Banca d'Italia, di cui tra l'altro racconta in forma narrativa Sebastiano Vassalli nel suo romanzo "Il cigno" (per leggere la recensione a suo tempo pubblicata su "L'indice" clicca qui).
In ogni caso i "Crispi" in Italia sono davvero pochini: qualche centinaio appena, sparsi in piccoli nuclei in quasi tutto il territorio nazionale, ad eccezione - sembrerebbe - della Puglia e di poche altre regioni.
Rimane tuttavia certo il fatto che la mia famiglia sia di origine albanese e che discenda da quel nucleo di Albanesi, migranti (così si direbbe oggi) che arrivarono in Italia per sfuggire alla'avanzata dell'impero ottomano, diffondendosi prima nell'Italia meridionale (versante adriatico e ionico) e poi in talune zone della Sicilia, dove dettero vita ad alcuni paesi di "etnia" pura che vennero edificati ex-movo (come, ad esempio, Piana degli Albanesi) e ad altri a composizione mista (come, appunto, era ed è Palazzo Adriano).
Ma di questo racconterò più nel dettaglio in un successivo post.
Per quanto riguarda il significato del cognome, sempre mio padre solleva dirmi - probabilmente - sulla base di un sapere familiare tramandato, ma non suffragato da concrete basi linguistiche, che "crispi" in Albanese significasse "capo di casa".
Su questo aspetto vorrei fare una richiesta approfondita: ma su questo campo internet è avaro di informazioni perchè quasi tutte le indagini sull'origini dei cognomi sono accessibili dietro pagamento.
Ma per sciogliere questo dubbio effettuerò, prima o poi, una ricerca in Biblioteca o nel "Dizionario dei cognomi italiani".

mercoledì 18 marzo 2009

Gli anni del dopoguerra


Mia madre racconta che mio padre tornò dalla prigionia magrissimo, pelle ed ossa.
Arrivò a Palermo, via mare, forse da Napoli, soltanto alla fine del dicembre 1945.
Era stato tenuto in un campo di prigionia dei Francesi, in Algeria, al limitare del deserto, in condizioni ben più dure rispetto a quelle che toccarono, per esempio, ai soldati italiani caduti prigionieri degli Inglesi.
In quei primi giorni di viita assieme dopo che i miei genitori si erano ricongiunti, mio padre aveva sempre desiderio di mangiare dolci e presto ritornò ad essere quello di prima.
Mia madre lo assecondava più che poteva.
Ogni pomeriggio si recavano in una rinomata pasticceria di Trapani, città in cui rimasero a vivere per qualche tempo.
Infatti, alla fine della guerra, mia madre aveva ripreso ad insegnare a Trapani e la signora Sergio, che la ospitava, aiutò mio padre a trovare un impiego presso l’ufficio della “Postbellica”: presso ogni Prefettura d’Italia, infatti, era stato attivato un ufficio di questo tipo per provvedere alle necessità di tutti coloro che, a causa della guerra, avevano subito dei danni.
Ritornò indietro con delle abitudini di cui alcune le conservò a lungo.
In prigionia, benché da ufficiale avesse il compito di tenere alto il morale della truppa (cui, assieme agli altri suoi pari grado, teneva corsi di storia e di altre materie: ed era tornato con una serie di quaderni fitti di appunti che gli servivano da traccia per le sue lezioni ai soldati, dei veri e propri strumenti di lavoro, costruiti a memoria, avvalendosi della sua cultura), in considerazione delle condizioni spartane di vita, aveva preso la consuetudine di sputare per terra e, senza accorgersene, continuava a farlo, di tanto in tanto, anche in casa: per sopperire a tale inconveniente, venne ripristinata nell'uso un'antica sputacchiera di porcellana di famiglia che, in tempi antichi, in tutte le case era un oggetto consuetudinario.
L'altra abitudine che mantenne sempre era quella di scaldarsi l'acqua per la barba in un vecchio pentolino di alluminio. L'acqua per questo scopo doveva essere bollente: ed era lì, in quel pentolino, che intingeva il suo rasoio (una comune "zappetta" gillette). Q
uesto piccolo rito mattutino era una necessità assoluta, benché avessimo l'acqua calda corrente dal rubinetto.
Anche questo oggetto è conservato nei recessi degli armadi della cucina: l’ho scoperto proprio qualche tempo fa.
Dalla prigionia mio padre riportò indietro alcuni oggetti che teneva sempre in mostra poggiati sulla sua scrivania: una forchetta ed un cucchiaio di alluminio o di qualche altro metallo di scarso valore, nerastri per l’ossidazione.
Erano le sue posate personali, quelle con cui mangiava da prigioniero.
Poi, riportò indietro quei quaderni di appunti, di cui accennavo prima, e alcuni disegni a pastello realizzati da un suo compagno di prigionia che raffiguravano varie vedute del campo, tavole raccolte in un album realizzato con una legatura artigianale ed intritolato "Barbelet" (ovvero, Filo spinato) oltre ad un suo ritratto di una serietà triste.
Ma anche una vecchia Bibbia, in Francese, rilegata in tela verde consunta e macchiata, che gli era stata data dal personale della Croce Rossa in visita al campo.
E anche questa Bibbia la teneva nel suo studio.


Del periodo della prigionia usava raccontarmi due episodi.
C'era molta fame e i Francesi trattavano male i prigionieri italiani. Non perdonavano loro l'attacco proditorio sferrato da Mussolini proprio quando la guerra d'invasione dei Tedeschi era stata vinta. Bene, capitò un'invasione di cavallette: mio padre mi raccontò che ne catturarono grandi quantità e se ne nutrirono, cuocendole alla meno peggio. "Che sapore avevano? - gli chiesi io, meravigliato. "Mah! non erano male - rispose mio padre - avevano il sapore dei gamberi fritti, più che altro". Fu un’autentica festa, mi raccontava, questo pasto extra, autenticamente piovuto dal cielo.


L'altra cosa che mi raccontò era il rito della raccolta di briciole di pane raffermo, avanzate dal desco dove giornalmente si sedeva a consumare il magro pasto distribuito dai Francesi. A turno, per una settimana, uno delle tavolata raccoglieva quelle briciole e le conservava come un bene prezioso, per arricchire - al settimo giorno - la zuppa da anacoreti che veniva servita loro.
La fame patita in quei giorni aveva lasciato il segno: mio padre era abilissimo a spolpare i più minuti ossicini del pollo arrosto che di tanto in tanto mangiavamo, sino a lasciarli incredibilmente puliti e, nello stesso modo, divorava minuziosamente calli e grassetti della fetta di carne che io, con sdegno, lasciavo da parte.

martedì 17 marzo 2009

A Palazzo Adriano, le radici di mio padre e della famiglia Crispi


La famiglia Crispi è originaria di palazzo Adriano: un piccolo paese chiuso tra i monti che circondano la valle del Sosio, irrigua e verde di coltivazioni tanto quanto sono brulli i monti attorno.
Per arrivare a Palazzo si passa ai piedi di Prizzi, arroccata tutta sbilenca su di un'altura, quasi fosse in procinto di scivolare giù.
Un tempo la strada che conduceva a Palazzo Adriano era una dead-end road.
Non vi erano continuazioni verso altre mete e per arrivarci si seguiva la strada provinciale che arrivava a Corleone.

Frugando nella mia memoria di bambino, ricordo che trovavo sorprendente il momento in cui ci immettevamo in una valle che risultava tanto più verdeggiante dopo aver attraversato un paesaggio così brullo e solitario: era quasi come ritrovare un'oasi dopo il deserto, dopo un viaggio lento e avventuroso, come erano allora gli spostamenti in auto lungo strade per lo più strette e tortuose.
Quelle erano proprio delle terre sperdute nel cuore profondo della Sicilia, un pezzetto di territorio di confine tra la provincia di Agrigento e quella di Palermo.


Mio padre sentiva con forza e orgoglio il legame con la terra d'origine della sua famiglia.
Lì, c'era la casa avita, collocata proprio lungo il corso (oggi, via Francesco Crispi) che si diparte dalla piazza dove le due chiese si fronteggiano orgogliose, ma non litigiose, quella di rito greco-ortodosso e quella cattolica.
Era proprio la casa sulla cui facciata è stata allocata in tempi recenti una lapide marmorea che ricorda come Francesco Crispi (lo statista) abbia trascorso qui gli anni formativi della sua giovinezza.
Una semplice casa ad un piano, conil fronte piuttosto stretto, ma sviluppata in profondità.
Dietro di essa, la campagna e, in particolare, un orto sempre di proprietà dei Crispi cintato da alte mura.
Malgrado la sua semplicità, era pur sempre una casa padronale, dotata di porta carraia e di patio interno dove si affacciavano le porte di diversi magazzini adibiti alla conservazione di derrate agricole, come le giare dell'olio e le granaglie, e di utensili.
Una stretta scala consentiva di salire al piano nobile.


Già, nel primo dopoguerra, gran parte di questa struttura era stata venduta, purtroppo, ad cittadino "gentile" di palazzo Adriano (non ortodosso), tale Palumbo, compreso il piano terra.
All'uso dei nonni (il nonno Totò e la nonna Ia) che tornavano sempre lì a passare l'estate, assieme ai miei zii (lo zio Pippo che si sposò più tardi e alla zia Mariannù) rimaneva soltanto la parte posteriore del piano di sopra, comprendente un'ampio stanzone che serviva da sala da pranzo e salotto/soggiorno - e anche da stanza letto per quando ci andavamo con mio padre e mia mamma.
Non ricordo che in queste circostanze ci fosse anche mio fratello che negli anni dell'infanzia stava altrove per motivi di salute.
In queste occasioni dormivamo sui matterassi di paglia stesi sui tavolacci sostenuti dai classici "trispiti" di ferro battuto.
Ho dei vividi ricordi di questa casa.
Nonna Ia aveva ricavato la cucina all'interno di uno stanzino stretto e lungo (meno di un metro di lunghezza), il fornelletto a gas collocato contro la parete in fondo dove si apriiva una piccola finestrella ovale.
Eppure, malgrado le difficoltà logistiche - per quel che ricordo - cucinava sempre alla grande, autentiche leccornie: e da quel cucinino si spandevano per la casa sublimi odori di preparazioni buone e semplici.
Mio padre amava profondamentamente quei luoghi: evidentemente, anche se tutta la sua vita di studente e di adulto si era sviluppata nella grande città dove era pure nato, lì sentiva le sue radici, come pure era per lui forte e salda la consapevolezza del contatto identitario con l'importante genealogia della nostra famiglia, che non mancava mai di ricordarmi.


Andare a Palazzo, per lui, era modo per tornare alla sua infanzia e adolescenza, e ad intere estati trascorse lì.
Lì c'era "Peppineddu", un suo caro amico d'infanzia che era rimasto lì a vivere: a mio padre era caro intrattenersi a chiacchierare con lui ogni volta che scendeva in piazza.
Tante volte d'estate, anche se solo per pochi giorni di seguito, andavamo a Palazzo a trovare i nonni che lì passavano le loro estati sino a quando il nonno in una brutta caduta notturna non si spezzò il femore e, da allora, benchè clinicamente guarito, non volle più muoversi da casa.
Ricordo che, appena arrivati, mio padre andava subito a comprare il pane di paese cotto a legna, ancora fragrante, e allestiva delle grandi merende a base di pane e olio, insegnandomi così il gusto delle cose semplici.
Ma ho anche ricordi di tanti giorni consecutivi trascorsi lì in vacanza assieme a Zia Mariannù, ricordi di passeggiate sino alla sponda del fiume e oltre, le escursioni sino ad una chiesetta - vera oasi di pace - su di un piccolo colle dall'altro lato del fiume da cui si vedeva distendersi il paese con le sue case dominate dalla mole più massicia delle diverse chiese, come anche il passìo pomeridiano nella piazza rivestita di ciottoli antichi, con mia zia che mi teneva in mano, io con indosso i vestitini buoni.
Una volta, lavato e rivestito di tutto punto, già pronto per l'immancabile uscita pomeridiana, muovendomi goffamente, caddi nella bagnina dove la zia aveva appena finito di farmi il bagno, ancora piena d'acqua e mi inzuppai tutto. La zia, pazientemente, dovette aciugarmi e rivestirmi daccapo.
Il mio momento preferito era nelle sere quiete e silenziose (non esisteva la televisione), quando la zia mi leggeva interi capitoli di Pinocchio, da una vecchia edizione di famiglia, che mi restò cara: in anni più recenti la feci rilegare, ma poi il libro purtroppo fu irreversibilmente danneggiato da un allagamento domestico.
Un'altra volta, in occasione di una delle nostre permanenze lì, mio padre mi portò a camminare lungo la massicciata della vecchia ferrovia a scartamento ridotto, ormai dismessa, e mi raccontava di quando, essendo il trenino ancora attivo, lui con la sua famiglia viaggiava con questo mezzo per recarsi a Palazzo e arrivavano tutti sporchi di fuliggine. Questa escursione fu affascinante e avventurosa, anche perchè - ad un certo punto - ci trovammo di fronte ad una galleria e la percorremmo tutta, malgrado il buio pesto ed il sentore ancora persistente di carbone bruciato e fuliggine, sino ad uscire alla luce all'altra estremità.
In un'altra occasione, mentre viaggiavamo in macchina lungo la strada provinciale che conduceva in paese, mio padre venne fermato da uno per dare soccorso ad un contadino che era stato appena morso da un mulo. Lo trasportammo in auto sino al più vicino presidio medico. Ricordo il sangue che sgorgava copioso dalla ferita, imbrattando i sedili della macchina magrado alcuni giornali stesi sopra.
La casa di Palazzo Adriano poi venne venduta, mio nonno ancora in vita.
Fu una decisione presa a sorpresa e unilateralmente da altri, senza nemmeno consultare preventivamente mio padre, che pure era il primogenito, in parte anche come esito delle pressioni che esercitavano alcuni parenti italo-americani cui spettava una parte della casa e che volevano realizzare un profitto, per quanto magro.
Se mio padre fosse stato informato, avrebbe sicuramente fatto qualcosa per impedire questa vendita ad estranei: magari avrebbe cercato di acquistarla lui stesso. Fu una autentica perdita affettiva per lui, un cruccio che gli rimase.
Non ritornammo più a Palazzo. Non ci furono più gite lì.
Anni dopo la morte di mio padre, mio zio Luigi, prese in affitto una piccola casa a Palazzo e lì trascorreva molti mesi all'anno immerso nelle sue letture.
A Palazzo sono ritornato di recente, con molta emozione.

 
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