domenica 26 settembre 2010

Mio padre, i libri e letture: le passioni che mi ha trasmesso

Mio padre e mia madre erano dei grandi lettori.
A casa c'erano tantissimi libri, molti della loro gioventù, anche se nelle loro famiglie negli anni precedenti la guerra non c'erano molti soldi per comprarne e i pochi libri che circolavano in casa non erano quasi mai di proprietà esclusiva di qualcuno. Come gli abiti, passavano di mano in mano, dal fratello o dalla sorella più grandi ai più piccoli man mano che il tempo passava.
Poi, sin dall'inizio della loro vita matrimoniale papà e mamma cominciarono ad acquistare dei libri e, naturalmente, entravano in casa - in più - tutti i i libri scolastici che mia mamma riceveva in visione e quelli di "lavoro" di papà: saggi storici, politici, biografie, testi filosofici, testi di economia politica.
Quando ero più grande - già al Liceo - aspettavo sempre che papà tornasse da casa, perchè sovente portava con sé un pacchetto contenente almeno dieci volumi che io subito esaminavo con curiosità, immaginando che ci potesse essere anche qualche cosa per me: ma il più delle volte erano cose che rientravano tra i suoi interesi di lavoro e che, ciò nondimeno, qualche volta io leggevo egualmente - anche se solo in parte.
Invece, quando ero più piccolo mio padre mi portava spesso con sé alla Libreria Flaccovio che, negli anni del dopoguerra a Palermo fu veramente un formidabile punto di riferimento della vita culturale non solo palermitana, ma globalmente siciliana.
Non era raro lì incontrare il poeta Ignazio Buttitta o importanti pittori, visto che - frequentemente - negli spazi della Libreria venivano allestite delle mostre.
Mentre mio padre chiacchierava con Fausto Flaccovio, io curiosavo in libertà tra gli scaffali del reparto dei libri per i ragazzi: ero deliziato di questa libertà che mi era concesso sotto l'occhio premuroso della signorina Iole (una delle istituzioni della libreria Flaccovio), anche perchè talvolta Fausto Flaccovio mi invitava a scegliere un libro da portare via ed, immancabilmente, la mia scelta si appuntava su uno dei più costosi. A nulla valevano i tentativi di dissuasione di papà e le sue instancabili proposte alternative. Fausto Flaccovio non faceva una piega e alla fine io, orgoglioso, mi portavo via quel libro ben incartato, pregustandone la lettura di lì a poco. A distanza di tempo, mi son chiesto più volte se poi mio padre non pagasse sottobanco (in camera caritatis) quei volumi, imbarazzato dell'invadenza e della poca discrezione delle mie scelte.
A casa papà leggeva soprattutto di notte: una volta, quando stavo per andare a letto, andai a salutarlo. Era seduto in salotto, come usava fare spesso. Aveva accanto a sé il tubler con due dita di bourbon e un grosso libro sulle ginocchia. "Che fai? Non vai a letto"? - gli chiesi. No! - fece lui - rimango a leggere ancora un po'". La mattina, quando mi alzai, ancora assonnato, vidi la luce del salottto ancora accesa: entrai nella stanza e lui era seduto ancora là dove l'avevo lasciato, con il libro anche questa volta sulle ginocchia, ma chiuso adesso. "Che fai? Non sei andato a dormire? - chiesi. "No. Ho letto per tutta la notte. L'ho appena finito" - replicò indicando il volume posato in grembo. Il grosso tomo era una biografia di Bismarck.
Ma così come leggeva libri di questo tipo, con altrettanta voracità leggeva polizieschi e romanzi "seri" (conosceva bene molti classici della letteratura e, appena uscito, lesse per intero "L'uomo senza qualità" di Musil.
Mamma nelle sue letture era più discreta (ma leggeva tantissimo compatibilmente con le sue incombenze scolastiche e familiari) e con lei frequentavamo il deposito della Fabbri editore che, oltre a stampare molti testi scolastici, pubblicava una grande varietà di ibri per ragazzi: alcuni me li comprava al prezzo scontato che le faceva il titolare del deposito, altri invece diventavano regali di Natale o per la Befana. Mamma mi stimolava a leggere, ma quasi mai mi leggeva delle cose, che io mi ricordi.
Papà, invece, quando ero più piccino usava fare delle letture a me e a mio fratello, quando eravamo già a letto, prima che si spegnesse la luce. E questi erano dei momenti sempre molto attesi.
Ci intratteneva abilmente: in parte leggeva, recitando; in parte raccontava, per alleggerire quei passaggi che a noi, ancora piccoli, sarebbero risultati noiosi.
Le letture di cui io mi ricordo furono, per citarne alcune: la storia di Alì Babà e i quaranta ladroni, quella di Aladino e la lampada magica, ma anche ci meravigliava con i viaggi avventurosi di Sinbad il marinaio, tra i quali mi colpirono maggiormente quello dell'incontro con il mitico uccello Rok oppure quello dello sbarco di Sinbad su di un'isola (che poi altro che non era che un gigantesco pesce con il dorso parzialmente emerso).
In contemporanea, mentre crescevo, sia a me sia a mio fratello, di concerto da mamma e papà venivano fatte proposte di lettura attraverso i regali delle grandi occasioni: fu così che arrivarono i romanzi di Salgari e di Jules Verne.
Papà era instancabile nelle sue proposte e, man mano che crescevo, se ne veniva fuori con delle aperture nuove ed inedite: fu così che, visto che mi ero appassionato ai romanzi di avventure salgariane, mi presentò un grosso volume contenente romanzi e racconti Conrad (che rappresenta l'evoluzione psicologica del romanzo marinaresco e di avventure) o anche alcune opere di Melville, con delle diramazioni verso il genere poliziesco (Conan Doyle e Sherlock Holmes), l'horror (Poe, Lovecraft) e anche ovviamente la letteratura diaristica di viaggio, di cui lui era un'instancabile cultore. Fu sempre lui a portarmi i primi volumetti dell'Urania, la mitica collana di fantascienza della Mondadori o anche le ben più serie propooste della science-fiction "colta" contenute nelle altrettanto mitiche antologie curate da Fruttero e Lucentino (prima Le meraviglie dell'impossibile e, successivamente "Le meraviglie del possibile" che rappresentarono lo sdoganamento udfficiale della fantascienza nell'editoria "colta")
Una volta - ad esempio - andammo a cinema a vedere la trasposizione in film della storia di Billy Budd il marinaio: un bellissimo film in bianco nero dei primi anni '60, commovente e triste. Al ritorno a casa tirò fuori il romanzo breve di Melville (da cui il film era stato tratto) e cominciò a leggermene alcuni brani che mi rimasero scolpiti con la nobile frase finale dell'innocente Billy Budd che, pur condannato all'impiccagione in applicazione del rigido regolamento della Royal Navy in tempo di guerra, prima della fine esclama davanti all'equipaggio riunito per assistere alla pena capitale: "Dio benedica il comandante De Vere!"
Penso sempre con nostalgia alle letture che mi faceva mio padre: credo che in molteplici modi sia riuscito a trasmettermi la passione per la lettura e per i libri (una passione che, a tratti, sconfina nella bibliofilia)
Forse proprio perchè animato dal riferimento nostalgico al passato, le stesse cose io ho cercato di fare io con mio figlio: anche mio figlio, con me, è cresciuto circondato dai libri, ma non so ancora se in qualche modo sono riuscito a trasmettergli qualcosa dei mondi meravigliosi che i libri possono schiuderti dinanzi e sul valore quasi sacrale che essi possono avere anche come testimoni che vengono passati da una generazione all'altra (e, in effetti, in un passato ancora non lontano - e così mi sono abituato a sentire io stesso - i libri erano un vero e proprio patrimonio di famiglia, senza un vero valore monetario ma di inestimabile prezzo dal punto vista valoriale).
Certo è che oggi tante cose sono cambiate e che tra i ragazzi della stessa età di mio figlio domina molto di più una cultura visuale che decisamente by-passa la parola scritta: e quindi - forse per questo motivo - la passione per il libro e per la lettura sono un po' in declino.

venerdì 10 settembre 2010

La passione di mio padre per le camminate in montagna


Mio padre amava molto camminare in montagna.
Non credo l'avesse mai fatto in gioventù come applicazione sportiva e di puro piacere, ma piuttosto aveva appreso la dura fatica del camminare con le marce a piedi che allora erano parte ineliminabile di ogni addestramento militare.
Eppure negli ultimi venti anni della sua vità riscoprì il piacere del camminare a piedi: amava fare lunghe camminate in montagna, a volte nei pressi di casa (Monte Pellegrino, Monte Cuccio, Pizzo Manolfo), a volte sulle Madonie, facendo base - il più delle volte - al Rifugio del Club Alpino Siciliano (CAS) di Piano Zucchi, initimamente connesso a memorie famigliari.
La montagna era nel vero senso della parola (anche se in senso benevolo) una sua ossessione: per esempio, lo incantava l'asprezza di Rocca Busambra, tanto che quando ci spostavamo in auto nel cuore della Sicilia gli pareva di vedere la sua massa imponente dovunque e mentre era alla guida, ci gridava: Eccola! Ecoola, Rocca Busambra!", un po' come facevano i balenieri di un tempo quando abbarbicati sula coffa dell'albero maestro gridavano "Thar she blows!"
Spesso, io e i miei cugini andavamo con lui: si trattava di camminate impegnative, perchè mio padre non amava sostare troppo a lungo. Quindi, in genere, ci muovevamo piuttosto rapidamente e il più delle volte, per ora di pranzo, eravamo già di ritorno, prontio a fare un'ulteriore breve scarpinata nel pomeriggio prima di andar via.
Con una certa frequenza, andavamo a passare in montagna al Rifugio di Piano Zucchi l'intero fine settimana. E ho un ricordo molto bello di questi week-end, in cui eravamo spesso (ma non esclusivamente) tutti insieme con mia mamma e mio fratello.
Altrettanto spesso, papà amava andare da solo.
Credo che questo suo modo di accostarsi alle bellezze dei monti siciliani fosse un modo per "ricaricarsi" e per far fronte agli incalzanti impegni lavorativi che lo attendevano nella nuova settimana che si sarebbe aperta di lì a poche ore, ma anche per ritrovare la serenità e per "mettersi in fuga", in qualche maniera dagli assilli della vita.
Credo che fosse per questo che papà adorasse, in definitiva, essere da solo, quando camminava.
Era più vicino al cielo quando raggiungeva una delle vette delle Madonie: credo che anche questa sensazione gli piacesse, a lui che, pur essendo in grado di affrontare con abilità le più diverse questioni pratiche, era un idealista con la convinzione di poter cambiare il mondo con la forza della cultura o di poterlo rendere migliore.
Sino all'ultimo fece le sue camminate.
Poco tempo prima della sua morte (nel 1970) venne inaugurato un nuovo rifugio del CAS a Piano Sempria, a 1300 m slm, proprio sopra Castelbuono e sulle pendici di Pizzo Carbonara.
Le sue ultime escursioni avvennero proprio qui: ricordo che qualche volta ci andammo assieme (c'erano anche i miei i miei cugini, con i quali mio padre era sempre molto affettuoso) a godere della bellezza di sentieri che si inerpicavano sul fianco della montagna attraverso fitte faggete, su su sino alla grande croce di ferro eretta proprio sulla cresta di Pizzo Carbonara in un punto aggettante su di un panorama mozzafiato.
Al trigesimo della sua morte, il Rifugio di Piano Sempria vene intitolato proprio a lui per ricordare questa sua grande passione per le sue Madonie.
Un suo amico ha scritto, nel primo numero di Cronache Parlamentari Siciliane (la rivista mensile dell'Assemblea Regionale siciliana, da lui diretta per 13 anni consecutivamente) uscito dopo la sua morte (Aldo Scimé, Ricordo di Francesco Crispi):

Poi, improvvisamente spariva: era a Bayreuth o a Bruxelles o a Strasburgo o, più semplicemente, a remare (fu campione di canottaggio) o sulle Madonie a girovagare sui monti, solo, con un bastone: forse da queste pause attingeva la forza per smaltire i disinganni, le delusioni, il dolore dell'incomprensione. Ma tutte queste cose non lo fermavano. Riappariva sereno e sorridente, con il passo cadenzato e forte di chi è abituato a camminare per i sentieri impervi di montagna e ha una lunga strada da percorrere (Cronache Parlamentari Siciliane, 5-6, 1972, p. 387)

domenica 6 giugno 2010

In una mattina di maggio mio padre è partito…

Questo scritto è del 2003. Quale fu la molla che mi spinse a scrivere questi ricordi? Non so, francamente. Poco tempo prima era morto uno dei miei cani, questo lo ricordo per certo. E, nello stesso periodo, seguivo un Master per formatori degi operatori socio-sanitari. Questo master prevedeva, anche, tra le sue articolazioni tematiche, anche un modulo sulle narrazioni (anche autobiografiche) e sull'uso di esse nei percorsi formativi. La docente, responsabile di questo modulo, era davvero molto brava e coinvolgente, sicchè, quando ritornai a casa sentii l'impulso irrefrenabile di mettermi alla prova, abbandonandomi al flusso narrativo, senza troppe razionalizzazioni.

Una mattina di inizio maggio mio padre è partito.
Andava in aereo a Roma e sarebbe tornato a casa la sera tardi.
Papà bussa alla porta del bagno per dirmi che sta andando via.
Ciao! Ciao! ho fatto io da dietro la porta.
E lui se ne è andato.
Non poteva più aspettare.
Era già in ritardo, con l’autista già pronto, in attesa, sotto casa.
Per mio padre viaggiare in aereo, anche per viaggi lampo, era un fatto di routine, come prendere l'autobus per andare al lavoro e farne ritorno.
Un commiato casuale... ma chi poteva sapere.
A sera inoltrata, dopo una giornata normale, squilla il telefono.
Mio padre non era ancora rientrato... ma nessuna preoccupazione, a volte – si sa – gli aerei in maniera imprevista portano ritardo.
Io, chiuso in una stanza di casa, facevo l'amore, ignaro, con la mia "fidanzata" inglese, la mia "prima" fidanzata, appena giunta dall’Inghilterra...
Ero felice e gasatissimo di questa visita per la quale, dopo la nostra conoscenza in Inghilterra, avevo aspettato quasi un anno, tenendo nel frattempo con lei un appassionante contatto epistolare...
Mio padre era stato sicuramente contento di questa visita, che rappresentava un punto di svolta rispetto alle mie insicurezze adolescenziali: il segno che io mi fossi finalmente “svezzato” da una sorta di torpidità e di incertezza nell’avviare storie con le donne.
Squilla il telefono ripetutamente.
Mia madre va a rispondere.
Chi è, le sento chiedere.
Silenzio.
Chi parla?
Una lunga pausa di silenzio.
Poi, la voce di mia madre si leva più acuta.
Lei mi deve dire perché vuole sapere proprio ora se mio marito si trova sull'aereo in arrivo da Roma.
Me lo dica, me lo dica… La voce, sempre più alta, è prossima a rompersi in un lamento.
Pausa.
Di nuovo la stessa iterazione.
Grida scomposte.
E poi, silenzio.
Forse la voce implacabile all'altro capo del filo sta finalmente dicendo qualcosa.
Fine della telefonata.
Esco dalla stanza, ricomponendomi alla meglio, in ansia.
Cosa sarà successo?, mi chiedo.
Lo chiedo a mia madre.
Chi era?
Una giornalista del Giornale di Sicilia.
Che voleva?
Voleva sapere se papà era sull'aereo che veniva da Roma.
Perché lo voleva sapere?
Prima non me lo voleva dire
Poi alla fine te lo ha detto?
Sì.
L'aereo è caduto, è precipitato.
No. Che cosa mi dici!?
Sì, così.
Dopo questo sì, così netto ed irrevocabile, non ci sono più parole che si possano dire.
Cosa facciamo, adesso?
Non sappiamo cosa fare... Non siamo come quelli che vanno e vengono dall'aeroporto ad accompagnare e a prendere i propri familiari. Non sappiamo che fare...
Telefoniamo.
Sì, ma a chi?
Proviamo a chiamare in aeroporto.
Sì, proviamo.
Non si riesce a comunicare, le linee telefoniche per l'aeroporto sono intasate.
Andiamo, allora.
Sì, andiamo.
Dico poche parole a Jane, che è lì ammutolita, comprende e non comprende. Si trova improvvisamente sbalzata dentro una tragedia.
Ci vestiamo, siamo subito pronti.
Ci imbarchiamo sulla piccola cinquecento di mamma e partiamo angosciati, io alla guida.
L'autostrada per l'aeroporto è buia e silenziosa... poche macchine, strada deserta e poi, all’improvviso, il transito di un grumo di ambulanze con la sirena spiegata.
All'altezza di Carini, nel buio pesto della notte, vedo fasci di luce di cellule fotoelettriche che spazzano il fianco di Montagna Longa.
Sono preso dallo scoramento.
Per la prima volta dallo squillo del telefono il nodo che sento nel petto e in gola si scioglie in lacrime e pianto.
Mamma, cosa andiamo a fare là.
E' inutile torniamo a casa.
Andiamo ad aspettare a casa.
E' stato così che arrivati all'aeroporto senza nemmeno fermarci abbiamo imboccato la strada del ritorno.
Questo è quello che io ricordo.
Ma in verità – qui mi sovviene il racconto di mia madre, trentuno anni e dieci giorni dopo – siamo arrivati sin dentro all’aeroporto e, scesi dall’auto, siamo entrati nella sala arrivi.
Uno spazio desolatamente vuoto si è aperto davanti a noi.
Se ne erano andati tutti.
Un funzionario ci è venuto incontro…
Volevamo sapere…
Ma ci interrompe prima che noi si possa dire altro.
È inutile che stiate qua; andate a casa!
Perché, perché, fa mia madre.
Intanto si avvicina un giovane giornalista che noi conosciamo.
Anche lui ripete le stesse cose, con gentilezza.
Ha un giornale arrotolato che sporge dalla tasca.
Mia madre lo afferra e lo dispiega.
Legge la notizia “Si schianta su Montagna Longa l’aereo proveniente da Roma, morti i passeggeri e gli uomini dell’equipaggio". Non ricordo più il numero esatto.
Mia madre scorrere con lo sguardo l’elenco delle vittime. E lì c’è scritto a chiare lettere anche il nome di mio padre: Francesco Crispi.
Un cinico servizio a parte sulle personalità di spicco della cittadinanza a bordo dell’aereo.
Comprendiamo il motivo della telefonata di prima.
Era stata la cronista, autrice dell’articolo, a chiamare perché voleva avere la certezza del nome prima di includerlo nell’elenco, voleva essere sicura che si trattasse di quel Francesco Crispi, noto a Palermo negli ambienti giornalistici e della cultura, e non di altri.
Al ritorno, passiamo dalla strada dove c’è l’abitazione dei miei zii.
Saliamo per un po’. Andiamo a trovarli e a parlare con loro.
No. No. Cosa possiamo fare, cosa dire.
Torniamo a casa.
A casa tutti uniti, ad aspettare notizie.
Siamo tutti in piedi, in una situazione innaturale, un tempo sospeso, non c’è niente che si possa fare, solo attendere.
Storditi.
Attoniti.
Intanto si raccolgono gli altri parenti, i fratelli di mio padre, Aldo, il fratello di mamma, Zio Giovanni la moglie e figli, forse sono andati in aeroporto e anche loro aspettano notizie perché a bordo dell'aereo c'era anche la figlia Elisabetta.
Un dolore terribile.
Penso con amarezza che la mattina, mio padre non l'ho nemmeno salutato in modo appropriato.
So già che non lo vedrò più, nemmeno da morto.
È morto, una parola che non si può nemmeno pronunciare.
Proprio adesso che non c'è più sento in maniera atroce la sua mancanza, proprio adesso che avevo cominciato a differenziarmi e a crescere con una mia identità, rispetto alla sua personalità ricca e articolata, e alla sua cultura. Penso a tutte quelle cose che mi avrebbe potuto dare e che io, per orgoglio e per desiderio - impossibile – di crescita autonoma avevo cercato di rifiutare ( il rifiuto viscerale della solita frase detta da molti “E’ il figlio di Ciccio Crispi” frase da cui ogni volta ero inorgoglito ma che nello stesso tempo mi faceva sentire mortificato e annullato – mi dicevo: allora, per me, per le mie qualità io non valgo niente!), quelle cose che malgrado tutto, malgrado i miei contorcimenti, mi sono entrate dentro e che anche adesso mi porto dentro.
Non vedrò più mia padre. È una realtà dura e ineliminabile. Mi sento anche profondamente colpevole, come se con il mio bisogno di ribellione, fossi stato io a farlo morire, a mandarlo via per sempre.
Dopo due giorni di attesa è stata portata a casa una bara già sigillata.
Un lucido sarcofago di legno che fa male agli occhi solo a guardarlo.
Gli sgabelli di legno stile impero, del salotto, su cui lo appoggiamo gemono e si sconocchiano sotto il suo peso.
Corone di fiori invadono la stanza, comincia una processione interminabile di volti compunti di cui non ricordo più nulla.
Mio padre è la dentro... ma ci sarà poi davvero? Che cosa ci sarà poi là dentro?
Me lo sono chiesto allora e me lo sono chiesto più volte, in tutti gi anni successivi.
Nei giorni successivi servizi giornalistici a non finire, fotografie impietose.
Qualcuno, mi mostra una foto, pubblicata sul quotidiano della sera.
Un recinto di filo spinato e a terra indistinta una macchia scura, forse un corpo raggomitolato.
Questo stesso qualcuno mi dice: alcuni dicono che questo fosse il corpo di tuo padre, nel punto in cui lo hanno ritrovato.
Non sono andato come mio zio Giovanni all'Istituto di Medicina Legale a cercare di riconoscere i resti mortali di papà, se c'era qualcosa da riconoscere.
Mi hanno detto di non andare.
Io, codardo, ho accettato l'imposizione.
Negli anni, me sono pentito.
Me ne pento sempre.
Avrei dovuto bere da questa coppa sino in fondo, per capire la durezza della vita.
E, invece, ho preferito non farlo.
Anche se nessuno lo hai mai riconosciuto ufficialmente, prima dell’arrivo dei primi soccorsi, sciacalli hanno saccheggiato i bagagli sparsi sulla montagne, cercando oggetti di valore tra le cose che non si erano polverizzate nell'esplosione.
Delle cose di papà non si è trovato niente, ma viaggiava leggero, la borsa dei documenti, le cose per un giorno di viaggio.
A distanza di giorni, ci hanno chiamato alla caserma dei carabinieri. Saloni vuoti, con i soffitti altissimi, luoghi intrisi di malinconia, in un ufficio arredato con mobili dozzinali, ci hanno consegnato un portafoglio. Il portafoglio di papà, e all’interno il suo tesserino da giornalista, bigliettini di appunti, niente soldi, la patente di guida ce l’aveva portata lo zio Giovanni dall’Istituto di Medicina Legale, dove erano stati disposti i corpi. Forse stava appuntata su quello che rimaneva del suo corpo. Ci hanno anche dato alcune chiavi, tra cui quella di una valigetta rigida da viaggio, una chiave profondamente incisa su una delle sue superfici.
Ho pensato che fosse stato l'urto a produrre questo graffio.
In questi momenti, si pensano sempre delle cose stupide ed irrilevanti.
Questa chiave, per anni, l'ho tenuta nel mio portachiavi personali e spesso con il polpastrello ne percorrevo il graffio e cercavo di immaginare la durezza dell’urto che era stato capace di provocarlo.
Dopo due mesi, accompagnato da mia cugina Patrizia e dallo zio Aldo, in un caldissimo pomeriggio di Luglio, affrontiamo la salita, su per le balze di Montagna Longa, dal lato di Cinisi.
Una strada percorribile dalle auto, solo fino ad un certo punto, poi dobbiamo proseguire a piedi su per l’erto fianco del monte.
Mio zio è costretto a rinunciare perché si sente male.
Noi continuiamo e infine arriviamo sulla cima piatta, lunga e stretta, grosse rocce calcaree affioranti dal terreno, disi in piena vegetazione, non un albero su questa cresta spesso battuta da venti impetuosi, il terreno, nei punti in cui è libero dalla vegetazione spontanea, è disseminato di minuti frammenti di metallo plastica, stoffa, tutti i detriti più voluminosi sono stati asportati per le perizie (in verità, furono eliminati frettolosamente e mai conservati per uno studio accurato della dinamica della tragedia: niente di simile a quello che venne fatto successivamente per l'aereo precipitato sui cieli di Ustica; ma questa è un'altra storia).
Rimango a lungo, chinandomi a raccogliere, di tanto in tanto, i frammenti ed esaminandoli, come se, dall’esame di un singolo frammento, io possa trarre elementi che mi aiutino a comprendere l’enormità della tragedia che ha coinvolto, in un solo istante, così tante persone. Qau e là scopro qualche frammento di valigia lacerato, un po’ più grande.
Il vento soffia di continuo, facendo oscillare la distesa d’erba.
Si respira una profonda solitudine, ma è una solitudine che ispira sentimenti di pace e di quiete.
Non ci sono segni appariscenti di ciò che è avvenuto, segni di distruzione e di lotta, tracce di fuoco.
Quando ero più piccolo mio padre mi aveva detto, commentando l’improvvisa morte di un suo collega giornalista per infarto (che, al mattino, era stato trovato morto alla sua scrivania dai suoi familiari), È questo il modo in cui vorrei morire. Di colpo. Una rapida transizione dalla vita alla morte.
Mi chiedo, mentre sto in piedi tra i ciuffi di disi che oscillano nel vento, se questo suo desiderio sia stato esaudito oppure se ha fatto in tempo ad accorgersi che era giunto il momento e se ha avuto paura.
Il vento soffia eterno e non da risposte.
Quando sono tornato a casa, o l’avevo già fatto prima, ora non ricordo, sono andato a leggere un libro caro a mio padre, Il ponte di San Luis Rey, di Thornton Wilder, cercando delle risposte sul perchè le vite di alcuni uomini vengano ad essere accomunate dallo stesso destino.
Ancora oggi, non so se le ho trovate queste risposte, né se mai le troverò.
Perchè si vive, perchè si muore.
Perchè alcuni vivono, perchè altri muoiono.
E' tutto.

giovedì 3 giugno 2010

I paradossi: oggi mio padre è più giovane di me...


Più vado avanti negli anni e più si impone una riflessione sull'invecchiare, che è onnipresente, anche se non piango su mestesso e nemmeno -oggettivamente - io mi senta vecchio.
Penso di avere ancora molti anni da vivere, una volte superato lo scoglio dei 54 anni.
Prima di arrivare a quell'età, mi interrogavo spesso sul mio futuro e mi chiedevo se - in termini di età - sarei sopravvissuto a mio padre.

Mi dicevo anche che se fossi vissuto più dei 54 anni che furono concessi a lui sarei vissuto ancora molto.
Si organizzano sempre schemi di pensiero atti ad illuderci: anche mio padre soleva dire che sarebbe vissuto a lungo, partendo dalla constatazione che entrambi i suoi genitori venivano da famiglie longeve.
Poi, malgrado le sue ottimistiche previsioni fu tradito da un destino che lo aspettava al varco.
Altrove, era stato scritto altrimenti.
Allora, io presi a pensare questo: sarebbe stato fatidico per me sopravvivere a lui, nel senso di superare il giro di boa dei 54 anni.
Con apprensione, spensi le mie 54 candeline e non accadde nulla.
Le sabbie del tempo per me continuarono a scorrere.
Che sarei vissuto per molti ancora, malgrado tutto, continuo a pensarlo tuttora.
Forse, in modo più sereno, anche ora dopo aver campato per più di un quarto di secolo più a lungo di lui, mi rendo conto con disagio e con rimpianto che mio padre me lo sono lasciato indietro, nel senso che lui ora è più giovane di me di quasi trent'anni.


La sua rappresentazione - nella mia mente - è bloccata in quel punto come il fotogramma di una pellicola in fermo immagine, da cui non è più possibile ripartire nè in fast rewind/forward e che ogni tanto va in leggero sfarfallio....

Io sono andato avanti trasportato dall'onda del tempo e lui, invece, è rimasto indietro, fermo al punto in cui era arrivato, al suo capolinea: per lui non ci sono più stati né crescita psico-somatica, né invecchiamento ulteriore, né altre stratificazioni di ricordi oltre al già noto e a quello che è venuto fuori scavando nel mio rimosso.
La realtà ineluttabile è che, oggi, io sono più vecchio di mio padre.
Forse, sono la sua immagine vivente.
Sono sorpreso ancora oggi nel constatare che vecchi suoi conoscenti, ormai anzianissimi, abbiano un moto di sorpresa quando mi incontrano, come se vedessero davanti a sé il fantasma di mio padre più giovane di loro di un quarto di secolo.
"Assomigli sempre di più a tuo padre", dicono...
Ho fatto i conti con la morte.
Una morte eterea e sospesa, la sua.
Terrorizzato dal fantasma della morte che paventavo per mia madre, prima anticipata come era stato per lui, poi semplicemente per invecchiamento e consunzione per l'inarrestabile progredire dell'età.
Ora mia madre non c'è più.
Lei, andando via, mi ha costretto a fronteggiare i miei fantasmi della morte: lei in vita, era per me una sofferenza indicibile andare a qualsiasi funerale, a volte al limite della sgarbataggine e della mancanza di rispetto di amici e parenti.
Ma proprio non ce la facevo: era per un peso intollerabile, quando attendevo l'inellutabile scomparsa di mia madre, prima o poi.
Ora, con la sua eclisse ho ritrovato - forse - pietas pe rme stesso e per gli altri.
Posso confrontarmi con maggiore serenità con la rappresentazione della morte e forse anche con il morire.
Ma so adesso che, se mia madre è vissuta con forza e determinazione assolute sin quasi a 92 anni, questa potrebbe essere la mia prossima meta, se riuscirò a resistere...
Quindi adesso ho un altro giro di boa da raggiungere: altri 31 anni a partire da ora, che mi porteranno ad essere ancora più lontano da mio padre che, bloccato nel momento del suo arresto, continuerà ad essere per me un giovane uomo di 54 anni, vigoroso e pieno di progetti.
Poi dopo non ci saranno altre dilazioni: ammesso e non concesso che arrivi a superare l'età di mia madre, sarò vicino al mio capolinea e, quindi, sin da ora incalza la necessità di avviare una riflessione sul senso delle cose ultime...
Che cosa strana è la vita...
Spero soltanto che un giorno mio figlio potrà essere la mia immagine vivente, così come io lo sono stato per mio padre.

venerdì 2 aprile 2010

Mio padre e la musica

Mio padre amava molto la musica classica.
Quando ero ancora piccolo, fu grazie a lui che arrivò a casa un piccolo grammofono (siamo alla fine degli anni Cinquanta e ancora non si parlava certamente di stereofonia Hi-Fi). Quello che lui portò consentiva anche l'ascolto di vecchi LP 78 giri, alcuni dei quali erano ancora disponibili nei pochi negozi specializzati esistenti a Palermo.
E lui cominciò alacremente a comprare dischi e ad ascoltarli (e a farmeli ascoltare).
Gli piaceva di tutto, anche se la sua attenzione, nel corso del tempo, andò polarizzandosi sui grandi compositori di musica classica e sull'opera.
Ma era comunque un'ascoltatore vorace e a casa portava di tutto, poichè le sue visite al negozio di Ricordi (del quale era diventato un assiduo cliente) erano particolarmente frequenti.
Mi appassionavano alcune sue scelte che, al giorno d'oggi, sarebbero molto attuali, ma che allora potevano parere soltanto bizzarre e che esprimevano un recupero di antiche tradizioni dei folk song.
Per esempio, una volta portò a casa un disco che conteneva vecchi canti dei balenieri ed un altro sui canti tradizionali dell'America Latina.
Quando ci trasferimmo nella nuova casa, acquistò un mobile stereo, per quei tempi abbastanza avanzato quanto a qualità di riproduzione, e questo lo accompagnò per il resto della sua vita.
Alla sua morte fui io ad ereditarlo, assieme all'uso della stanza adibito a suo studio, ed io lo utilizzai sino a quando, crica 10 anni dopo la sua morte comprai un mio primo impianto di stereofonia Hi-Fi.
Ma quel mobile stereo ce l'ho ancora, in perfette condizioni di uso: quegli oggetti - negli anni Sessanta erano fatti per durare, non erano "a tempo", come quelli che fabbricano oggi...
L'apparecchio che, chiuso, aveva tutta l'apparenza di un basso ed elegante tavolino stava collocato nel suo studio.
Papà, quando era a Palermo, subito dopo pranzo (ma, talvolta, anche la sera), si ritirava nella sua stanza e si dedicava all'ascolto delle sue musiche preferite, magari sorseggiando due dita di whisky.
La sua era una ricerca instancabile: scopriva sempre nuove cose, non si fermava mai a ciò che già conosceva e, così, la sua discoteca andava crescendo sempre di più.
Ai tempi dell'uscita del film di Antonioni, Morte a Venezia, scoprì Mahler e a questo compositore a dedicarsi appassionatamente. Sosteneva che fosse un genio musicale, un grande.
Di domenica pomeriggio, sempre quando non era in viaggio, si dedicava a lunghe sedute non stop di ascolto musicale: avendo più tempo a disposizione, aveva la possibilità di ascoltare per intero la riproduzione di un'intera opera.
La domenica pomeriggio, talvolta, coinvolgeva nell'ascolto lo zio Armando, marito di mia zia Jole, la sorella di mamma. Papà aveva la straordinaria capacità di trovare con ogni persona dei punti di contatto e di complicità e su tali affinità, anche se magari vi erano poi divergenze su molte altre cose, si edificavano buone e solide amicizie.
Io, la musica, la seguivo da lontano: dopo pranzo nei giorni di scuola mi ritiravo nella mia stanza a studiare (soprattutto ai tempi del Liceo, quando gli impegni si facevano più incalzanti) e quindi la sua musicapotevo ascoltare soltanto molto smorzata, comme sottile colonna sonora.
Sovente, papà faceva delle incursioni sino alla mia stanza per chiedermi di raggiungerlo per ascoltare meglio con lui un certo brano.
Era evidente che avrebbe voluto condividere con me questo suo piacere.
Ma io era inflessibile.
Non credo di avere mai soddisfatto questa sua richiesta.
Lui allora indugiava qualche istante e mi illustrava qualche passaggio di cui, anche da lontano, si poteva seguire l'armonia, oppure mi raccontava di qualche aneddoto riguardante la vita del compositore di quella musica.
La domenica, quando non c'erano pressanti impegni scolastici, avrebbe voluto rapirmi con sé nella sua stanza della musica, ma io - soprattutto negli ultimi suoi anni - avevo sviluppato dei gusti musicali divergenti e mi chiudevo nella mia stanza ad ascoltare i miei dischi con un piccolo giradischi portatile che lui mi aveva regalato.
D'altra parte, mio padre - da precursore - da qualcuno dei suoi viaggi mi aveva portato dei dischi che, sul momento, avevo preso in scarsa considerazione proprio perchè venivano da lui e che, invece, a distanza di tempo, scopersi essere assolutamente all'avanguardia nel panorama musicale pop di quel tempo, come ad esempio il celebre Bare wires di John Mayall.
Se c'è una cosa di cui continuo a rammaricarmi oggi, è quella di non avergli regalato il piacere di quei momenti di condivisione di ascolto musicale che lui tanto reclamava.
Ma ci si accorge ge delle cose che si sarebbero potute fare e non si sono fatte, quando è ormai troppo tardi per porre rimedio.
Negli ultimi anni, mio padre spinto dalla sua passione per la musica, ogni luglio andava a Salisburgo per seguire le manifestazioni del festival di Mozart.
Ci andava formalmente come giornalista, ma - in realtà - questa era una delle sue modalità di fuga verso la libertà e l'autonomia.
Per quanto concerne la sua passione per la musica, soleva dire (un po' scherzando, ma un po' sul serio) che gli sarebbe piaciuto fare il Direttore d'orchestra, quasi che questo fosse un suo sogno nel cassetto, mai realizzato.

mercoledì 31 marzo 2010

Francesco Crispi inviato speciale nei paesi dell'Europa dell'Est


Nel 1968, venne pubblicato un volume, per i tipi di Edizioni Internazionali (Roma) dal titolo "Inviati di speciali nei cinque continenti" che presentava gli scritti di 44 giornalisti italiani.
La fascetta che corredava il volume recitava, infatti, "Il giro del mondo con 44 giornalisti".

Il volume, curato da Franco La Guidara che, giornalista egli stesso (ma anche scrittore e autore di teatro), ai tempi, aveva esordito come inviato speciale con il "Corriere" e con il "Messaggero", era il secondo di un trittico di opere.
La Guidara spiegava nella sua introduzione:

Abbiamo iniziato la serie con "Inviati speciali in pace e in guerra", proseguiamo ora con "Inviati speciali nei cinque continenti" e ci apprestiamo a pubblicare, sempre con nomi e reportages diversi, il terzo volume "Inviati speciali di ieri e di oggi".
(...) ...precisiamo che non sono ragioni di merito, né di anzianità professionale a stabilire la presenza di un nome nel primo, nel secondo o nel terzo volume o in quelli che verranno.
(...) Di inviati speciali in gamba, in Italia ne abbiamo in buon numero. Infatti, il giornalismo italiano viene considerato a primi posti nel mondo anche per l'abilità di queste "penne vagabonde", che non si limitano a tracciare freddi distaccati profili, ma scrivono con limpidezza, penetranti e controllate, talvolta graffianti, spesso con quell'acutezza e sensibilità che onorano il giornalismo italiano.


Il volume, come gli altri della serie, si presentava con intenti antologici.
Questo in particolare (il secondo della serie) conteneva un pezzo per ciascuno dei 44 giornalisti scelti, ciascuno dei quali era preceduto da una nota bio-bibliografica.
Mio padre era rappresentato in questo volume, con uno scritto scaturito da un viaggio in Romania (compiuto nel 1966), dal titolo "Anche la Romania avrebbe il suo De Gaulle" (pp. 73-76).
Questo articolo era parte di una serie di altri che mio padre scrisse nei suoi reportage dai paesi dell'Est e in particolare dalla Cecoslovacchia, dalla Polonia e dalla Romania, come frutto di tre viaggi effettuati tra il settembre de l 1965 e il novembre del 1966. E, infatti, vi compare, come uno dei capitoli dedicati alla Romania, con il titolo "Due Volga quattro cinesi".
Molti di questi reportage vennero pubblicati nella terza pagina del Giornale di Sicilia e vennero succesivamente ampliati e raccolti in un volume di più ampio respiro, pubblicato da Flaccovio nel 1967, con il titolo "Nuove frontiere per l'Europa", nell'ambito della collana "Testimonianze, inchieste , documenti".
Mio padre, europeista convinto, aveva scelto questi tre paesi "orientali", ancora negli anni duri della cortina di ferro, per ricercare testimonianze di una evoluzione nel senso della distensione e in direzione di una nuova Europa, indubbiamente più unificata e solidale.
Mio padre viaggiava molto: quelli sui paesi dell'Est non furono i suoi soli reportage. Avendo a cuore la visione di un'Europa più unita, fece molti altri viaggi nelle principali capitali europee, dai quali trasse spunto per altri reportage che vennero tutti pubblicati sul Giornale di Sicilia.
Ne ricordo, in particolare, uno che scrisse su Londra e sull'Inghilterra, perchè lo volle corredato da alcune foto che io avevo scattato in un mio concomitante viaggio a Londra.
I reportage appassionavano mio padre, perchè nel backstage di ciascuno di essi c'era sempre un viaggio da organizzare, nuove persone da incontrare e con cui discutere.
Se questo era ciò che faceva abitualmente nel contesto culturale in cui operava abitualmente, esercitando al meglio le sue doti di animatore e catalizzatore culturale, la dimensione del viaggio dava alla sua profonda curiosità nei confronti delle cose del mondo la possibilità di dispiegarsi al meglio, dando, nello stesso tempo, respiro al suo spirito irrequieto e vagabondo e alla necessità interiore di esplorare dimensioni nuove e inedite sfide dialettiche.

giovedì 18 marzo 2010

Quella collezione delle storie di Flash Gordon...


A mio padre devo il gusto di tante cose che mi ha insegnato ad apprezzare: mi proponeva sempre qualcosa di nuovo, soddisfacendo antichi desideri che non aveva potuto realizzare da piccolo, oppure perchè c'era qualche novità che lo attraeva.
Quando ero piccolo (forse attorno ai dieci anni) mio padre acquistò per me una serie di grandi albi a fumetti (di formato insolito: le pagine erano quadrate) splendidamente disegnate e in quadricromia.
Si trattava delle fantastiche storie di Flash Gordon, creato dalla penna del grande fumettista Alex Raymond.
Era uno di quei fumetti che, al tempo del ventennio, era stato proibito perchè espressione deteriore della "plutocrazia" americana e preferito (quasi per editto di stato) al nostro più casereccio Dick Fulmine.

Non c'è dubbio che mio padre acquistava queste riedizioni (proposte dalla Nerbini in foma anastatica, come appresi in seguito) perchè, in primo luogo, piacevano a lui. Ma io ne ero semplicemente incantato.
Li guardavo e riguardavo incantato, per ore.: a volte, leggendo minuziosamente i testi (che dopo un po' avevo imparato a memoria), altre volte semplicemente scorrendo con gli occhi le belle tavole colorate.

Vi si parlava delle straodinarie avventure di Flash Gordon e della sua fidanzata Dale Arden, fuggiti da una Terra messa a repentaglio da una catastrofe cosmica con il razzo costruito dal dott. Zarkov e atterrati fortunosamente sul pianeta Mongo, abitato da popoli diversi ed esotici, da mostri e da animali fantastici. Vicende di cappa e spada, con molto condimento "fantasy", come si dice oggi, storie lussureggianti, capaci di stimolare l'immaginazione, e condite dalla vicenda amorosa tra Gordon e Dale, continuamente messa a repentaglio dai malvagi.
Crescendo e ritenendo di essere divenuto grande, con un rituale di distruzione (un vero e proprio rito di passaggio casereccio), mi sbarazzai in maniera eclatante di tutti i giornalini che mi rimandavano al periodo antecedente.
Il pentimento arrivo subito dopo, ma il danno irreparabile era fatto: ciò che era stato distrutto, sminuzzato, fatto a pezzi non poteva più tornare indietro.
A distanza di anni, tuttavia, riuscì di nuovo a ritrovare quella collezione di Flash Gordon, editata ancora una volta dalla casa editrice Nerbini di nuovo in forma anastatica.

Flash Gordon è un personaggio dei fumetti, protagonista dell'omonima striscia a fumetti di fantascienza, ideata da Alex Raymond e pubblicata per la prima volta il 7 gennaio 1934. S
tampato sulle tavole domenicali dei quotidiani, i suoi disegni erano molto elaborati e le didascalie erano frequenti allo scopo di allungare la lettura.
Dalla striscia sono state tratte numerose opere cinematografiche e televisive.


Vi si narrano le avventure di Flash Gordon e dei suoi amici, il dott. Hans Zarkov e la bella Dale Arden. La storia inizia con l'invenzione da parte del dott. Zarkov di un razzo spaziale, con il quale i tre - per sfuggire ad una catastrofe che si sta abbattendo sulla Terra - intraprendono un viaggio che li porta sul misterioso pianeta Mongo.
Il pianeta è abitato da diversi popoli, alcuni tecnologicamente avanzati, che sono stati sottomessi dal perfido tiranno Ming. I tre terrestri vengono a contatto con il principe Barin, legittimo sovrano di Mongo, e scoprono che è stato bandito insieme ai suoi seguaci - compresa la figlia di Ming, Aura, moglie di Barin - e confinato nel reame boscoso di Arboria.
Flash, Hans e Dale allora si uniscono alla lotta del Principe Barin alla riconquista del trono.

 
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